Letture
 

"La voce di Apollo" di Massimo Salvati: la prima raccolta di poesie del giovane autore cosentino

Sembra un argomento abusato l'amore, soprattutto nella poesia, la differenza però la fanno le parole, la fa il narratore, è il caso della raccolta di poesie "La voce di Apollo", pubblicata dalle edizioni Ensemble, opera prima del giovane scrittore Massimo Salvati originario di Grimaldi in provincia di Cosenza, laureato in italianistica e culture letterarie europee e direttore della rivista di divulgazione culturale "Palin Magazine". Forse chi conosce in maniera più approfondita la poesia nella sua parte tecnica potrebbe dire di quest'opera meglio di quanto può fare un semplice lettore, ma rimane il dato che ogni libro è fatto proprio per il lettore e quindi senza tema di smentita si può dire che la scrittura di Salvati costringe allo stupore. Sebbene sia la prima opera di un giovane autore le parole sembrano già ricche di concretezza, di quella delicata potenza che riesce a fare della poesia uno dei più begli ossimori dell'arte.

Il poeta Salvati si accompagna, dà voce e forse si fonde con il cantore Apollo, una sorta di simbiosi letteraria che per esistere ha bisogno di un pretesto, ecco allora Elena, la donna che nella narrazione di Salvati sembra essere ogni donna, ogni gesto di donna, ogni sguardo di donna, tutto quello che dell'universo femminile muta l'amore nell'urgenza del narrare. Lo stesso Apollo tra i versi del poeta smarrisce la sua divinità, ma raccoglie tutta la fragilità umana di chi perde l'equilibrio per protendersi verso l'altro, di chi così si predispone a scoprire la meraviglia. «Invitami ancora a questa vita/ leggera come le foglie dei rami,/ il vento che passa attraverso le dita e i movimenti dei fianchi diventano ali/ che premono la vena della mia/ ferita».

Sembra un bellissimo gioco di contrari il libro di Salvati tra bellezza e volgarità, alto e basso, presente e passato, ali di angelo e selciati di strada. «Dopo poco/ noi eravamo immobili/ in ascolto/ di voci soffocate e incrociate/ mantenute sospese/ con la montagna e i campanacci/ la merda dei cavalli e i cani/ randagi».

Anche lo spazio in cui queste poesie sembrano accadere è uno spazio concreto scelto probabilmente per dare senso e colore al narrare, non un semplice palcoscenico come è evidente per esempio nei versi «Sorge nel chiaro inverno/ la fosca svuotata Bologna./ Dentro il sole di novembre agita/ in petto lo scroscio di sassi/ nei sempre uguali giorni./ Sprofondi di quiete/ nella bella voglia calda bianca/ di profondare di sprofondare/ ...di profanare/ con vetri cocci mozzi/ nella piazza di San Petronio/ quello che resta di una mezza ora». Nella prefazione il poeta maceratese Riccardo Frolloni definisce questa raccolta come «un'opera d'esordio coraggiosa, perché dire l'amore è un atto di coraggio, e soprattutto dirne le storture, le piccolezze, le esagerazioni», non si può che essere concordi, di sicuro scegliere di narrare l'amore di questi tempi richiede coraggio, farlo usando la parola come un prisma che rimandi tutta la gamma delle complessità che costituiscono vita e amore richiede forse anche una dose consistente di maestria, una maestria di cui il poeta Massimo Salvati sembra decisamente dotato.