Reggio Calabria
 

La resa del "re dei videopoker"

campologioacchinoterdi Claudio Cordova - E' provato dall'età che avanza, dalla malattia, ma, soprattutto, dalla bufera giudiziaria, iniziata nel gennaio 2009 con l'arresto, dalla lunga detenzione e dai vari procedimenti penali affrontati in aula. A vederlo ora, Gioacchino Campolo sembra la controfigura del "re dei videopoker", il potentissimo imprenditore che, a Reggio Calabria e in provincia, ha gestito per anni il monopolio delle macchinette da gioco nelle sale apposite e negli esercizi commerciali. Nonostante ciò, Campolo decide di voler rendere l'esame nell'ennesimo procedimento che lo vede alla sbarra, questa volta per le presunte irregolarità proprio sulle apparecchiature.Saranno le indagini del pm Beatrice Ronchi a far crollare l'impero imprenditoriale di Campolo, negli scorsi anni. Un impero da centinaia di milioni, con aziende, beni e immobili sparsi in diverse parti d'Italia, ma anche all'estero. Ora le accuse mosse dalla Procura vanno da intestazione fittizia a riciclaggio ed evasione fiscale. Stando all'accusa Campolo attuava il meccanismo di "staccare" le slot dal circuito dei Monopoli di Stato per eludere il fisco. Alla sbarra, oltre a Campolo, anche la moglie dell'imprenditore, Renata Gatto, i tre figli Adriana, Demetrio e Ivana, e numerosi ex dipendenti.

E il "re dei videopoker", inizia a sottoporsi all'esame richiesto dal pm Rosario Ferracane proprio dopo che l'intera famiglia, come sempre compatta, ha deciso di rendere dichiarazioni spontanee. Frasi, talora rotte dall'emozione, in cui il nucleo familiare Campolo ha, come sempre, respinto le accuse, sostenendo l'onestà del marito e del padre e lamentando una vita distrutta dalla vicenda giudiziaria.

Poi tocca all'ex patron delle macchinette, già condannato in via definitiva per estorsione: "Io avevo i migliori giochi, ero il primo, ma non il "re dei videopoker" come è stato detto. Avevo clienti da tutta la provincia e anche a Vibo Valentia". Campolo risponde alle prime domande del pm Rosario Ferracane, anche se il suo eloquio non è sempre preciso, ma, anzi, si perde in diverse divagazioni: "Poi è arrivata la concorrenza di Cedro (altro imprenditore attivo nel settore, ndi) e la 'ndrangheta ha iniziato a darmi fastidio". Ecco l'accenno alla criminalità organizzata, fatto dall'imprenditore che alcuni collaboratori di giustizia affermano di aver conosciuto nel corso della propria militanza mafiosa.

Nel processo davanti al Tribunale presieduto da Natina Praticò (Romeo e Aragona a latere) la 'ndrangheta, però, non c'entra. Campolo, infatti, deve difendersi dall'accusa di aver taroccato le proprie macchinette, attraverso una doppia scheda, che avrebbe dirottato i dati che, invece, sarebbero dovuti arrivare ai Monopoli di Stato: "Le mie macchine avevano una scheda sola" dice in maniera perentoria Campolo. Il pm Ferracane si accontenta della risposta, ma solo perché dalle numerose intercettazioni agli atti, emerge come Campolo parlasse diverse volte della doppia scheda. Ed è proprio quando il pm Ferracane contesta all'imprenditore il contenuto delle captazioni che la versione difensiva scricchiola non poco. Esemplificativa, tra tutte, l'intercettazione con l'imprenditore Nino Princi, attivo nella Piana di Gioia Tauro e fatto saltare in aria proprio a Gioia Tauro in seguito a una brutta storia di 'ndrangheta e imprenditoria: "Mi fu presentato da Pino Crocè, ci incontrammo perché lui aveva il centro commerciale a Rizziconi e voleva mettere le macchinette, ma poi mi chiese di comprare le case che ho sul Corso Garibaldi".

Il discorso di Campolo sembra vagare spesso senza una meta. Raramente l'imprenditore risponde precisamente alle domande poste dal pm Ferracane e ancor più raramente riesce a fornire una spiegazione logica e credibile alle contestazioni mosse dall'accusa. Anche con riferimento al "bottone" che avrebbe spento le macchinette, la spiegazione di Campolo appare inverosimile: "C'erano i cinesi che si fregavano i soldi".

Dopo neanche un'ora di esame, tocca all'avvocato Marco Tullio Martino (che dimostra di non aver caldeggiato la scelta di Campolo di rispondere alle domande) chiedere al Tribunale di sospendere l'esame. Campolo si avvale quindi della facoltà di non rispondere. E poco importa che lo faccia chiaramente controvoglia: la scelta difensiva segna, a distanza di sei anni dall'arresto, la prima vera resa del "re dei videopoker".