Reggio Calabria
 

Reggio, inflitti sedici anni in appello a Gioacchino Campolo

campologioacchinodi Claudio Cordova - Dai diciotto anni inflitti in primo grado, alla condanna a sedici anni di reclusione comminata in appello. "Sconto" di pena nel secondo grado di giudizio per Gioacchino Campolo, condannato per alcuni casi di estorsione, anche aggravati dalle modalità mafiose. Campolo, titolare della ditta A.R.E., monopolista nel settore del noleggio dei videopoker, avrebbe costretto i propri dipendenti, tramite la minaccia di licenziamento, a firmare buste paga con un importo economico superiore a quello effettivamente percepito. Sono sfilati tanti ex dipendenti nel corso del primo grado di giudizio, e tutti hanno sostanzialmente dichiarato le medesime circostanze: "Le condizioni erano quelle...". Gli stipendi erano uguali per tutti: 670 euro mensili. I dipendenti, però, avrebbero firmato buste paga che arrivavano intorno alle 1300 euro mensili, e, comunque, mai inferiori alle 1000 euro.

Per il Campolo, difeso dall'avvocato Francesco Calabrese, la Corte d'Appello ha comunque escluso alcune aggravanti circa i singoli fatti estorsivi, modificando anche il periodo delle contestazioni delittuose. Una circostanza su cui la difesa giocherà anche nell'ambito delle misure di prevenzione, in cui, proprio alcune settimane fa, al "re dei videopoker" vennero confiscati, in primo grado, beni per oltre 300 milioni di euro.

Nelle singole estorsioni, Campolo avrebbe anche sfruttato le proprie amicizie nelle 'ndrine: sarebbe, per esempio, riuscito a inserire le proprie macchinette all'interno di alcune sale giochi del rione Modena-Ciccarello, sfruttando la conoscenza di alcuni esponenti della cosca Zindato, egemone nella zona. "Conosco il signor Gioacchino Campolo da quando ho 14 anni, gli ho sempre dato del voi, perché per lui nutro stima e rispetto" aveva riferito in aula Gaetano Andrea Zindato, classe 1984, rampollo dell'omonima cosca.

Grazie all'intervento del boss di San Giovannello, Mario Audino, sarebbe riuscito a posizionare i propri videopoker all'interno della sala giochi "Edonè", di proprietà di Vincenzo Morabito, proprietario anche dello storico locale "Ritrovo Morabito", ubicato, fino a qualche anno fa, nei pressi degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. In una conversazione intercettata, Campolo parla di un progetto omicida nei suoi confronti: "Per me, avevano procurato pure la macchina, una Uno, una Fiat Punto, una Uno, e mi voleva ammazzare Mario Audino che veniva qua e mi baciava". Sarebbe stato addirittura Giovanni Tegano a volere la testa di Campolo per facilitare gli affari di un parente, Giuseppe Lavilla, nel settore dei videogiochi. Campolo venne salvato, a suo dire, dall'intervento del boss Orazio De Stefano.