Reggio Calabria
 

Festa Madonna della Consolazione, l'omelia di Morosini: "Che senso hanno i patronati religiosi?"

morosini mons.500L'arcivescovo di Reggio Calabria - Bova, Giuseppe Fiorini Morosini, ha tenuto una omelia in occasione della Solennità della Madonna della Consolazione soffermandosi sul tema della laicità dello stato e del rapporto tra stato e religioni. In occasione della Celebrazione Pontificale svolta alle 10 in Cattedrale, la Comunità diocesana ha voluto festeggiare i 50 anni di sacerdozio dell'arcivescovo, celebrati lo scorso 2 agosto. Anche per questo, alla celebrazione, hanno preso parte gli eccellentissimi: Monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro - Squillace e presidente Cec; Monsignor Vittorio Luigi Mondello, arcivescovo emerito di Reggio Calabria - Bova; Monsignor Salvatore Nunnari, arcivescovo emerito di Cosenza - Bisignano; Monsignor Giovanni Accolla, arcivescovo di Messina - Lipari - S. Lucia del Mele; Monsignor Santo Marcianò, arcivescovo ordinario militare per l'Italia; Monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto - Nicotera - Tropea; Monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido - Palmi e vicepresidente Cec; Monsignor Leonardo Bonanno, vescovo di San Marco Argentano - Scalea; Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio; Monsignor Cesare Di Pietro, vescovo ausiliare di Messina - Lipari - Santa Lucia del Mele; Monsignor Giuseppe Schillaci, vescovo di Lamezia Terme; Monsignor Luigi Antonio Cantafora, vescovo emerito di Lamezia Terme; Monsignor Vincenzo Rimedio, vescovo emerito di Lamezia Terme.

Il testo dell'omelia.

"Carissimi fratelli e sorelle Ringrazio tutti voi, autorità, sacerdoti, diaconi, religiosi, seminaristi, fedeli tutti, ma soprattutto voi carissimi confratelli vescovi, per la partecipazione a questa celebrazione, dedicata alla Vergine della Consolazione, nostra Patrona, alla quale questa Chiesa diocesana di Reggio Calabria-Bova ha voluto unire quest'anno il ricordo del 50° della mia ordinazione sacerdotale, avvenuta a Paola il 2 agosto 1969.
Ringrazio il signor sindaco per le parole di saluto e, soprattutto, il neo vicario generale, monsignor Salvatore Santoro, che con questo saluto oggi ha iniziato pubblicamente il suo ministero, mentre ringrazio di cuore il vicario uscente, monsignor Gianni Polimeni, per essermi stato accanto in questi sei anni con sincerità, con dedizione e con disponibilità assoluta. Grazie don Gianni!
Mi sono preparato a questa celebrazione riflettendo sulla frase biblica, scelta allora come guida, luce e forza della mia vita ed azione sacerdotale: "vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me". Su di essa sono tornato, quando, eletto vescovo, ho dovuto pensare allo stemma e al motto episcopale, riproponendola sinteticamente: "in fide vivo filii Dei".
"Vivere nella fede del Figlio di Dio" significa porre Cristo al centro delle scelte di vita; accettare da lui la luce per risolvere i drammatici problemi sul modo di concepire la persona umana, come difendere i suoi diritti, come affrontare la sofferenza e della morte, come inquadrare la sessualità e la famiglia, come stabilire il potere e i limiti della scienza dinanzi all'etica. Nessuno può dire di avere fede in Gesù Cristo, se sta in un pericoloso equilibrio tra lui e i modi di vivere a lui contrari, contro i quali egli stesso ha avuto parole dure, che hanno messo in crisi quanti lo ascoltavano e poi gli hanno voltato le spalle.
Rifletto, nel contesto di questa festa mariana, sui miei 50 anni di sacerdozio e sulla citata frase paolina, per cogliere nella fede l'opera sacerdotale di Maria, espressa oggi dalla liturgia con il tema della consolazione. Maria proviene da una stirpe sacerdotale e porta con sé il grande patrimonio sacerdotale d'Israele (Benedetto XVI). La liturgia non fa altro che applicare a lei le prerogative del Sacerdozio di Cristo: unto dallo Spirito e inviato a svolgere la missione di stare accanto all'uomo nel segno della compassione e della condivisione, attuando così la vera consolazione, che consiste nel modo come Dio ci guida: Dio ci consola guidandoci. Gesù nella sinagoga affermò che il brano di Isaia era riferito a lui.
Anche Maria, perché madre di Gesù, al momento dell'Annunciazione è stata unta di Spirito Santo ed inviata per una missione di consolazione tra gli uomini. Maria si accompagna a Gesù fin sul Calvario, dove con lui consuma l'offerta sacrificale per gli uomini. Nelle nozze di Cana, nella preoccupazione di togliere dall'imbarazzo la coppia di sposi, ci ha dato il segno di ciò che, con le debite puntualizzazioni, possiamo definire l'invio sacerdotale di Maria per consolare gli uomini.
Tutte le volte che noi, vescovi e sacerdoti, riflettiamo sul nostro sacerdozio, ricordiamo il momento in cui le mani del vescovo si sono poste sul nostro capo e ci hanno dato la Grazia di poterci identificare con il testo di Isaia: lo Spirito del Signore è sopra di me. Rivivo perciò questi 50 anni di servizio pastorale, trascorsi con la consapevolezza di essere stato consacrato ed inviato: mi rivedo giovane sacerdote tra i monti di Lamezia Terme, nell'oratorio parrocchiale, tra i giovani nei vari licei di Stato per l'insegnamento della Filosofia, nella Repubblica Ceca agli inizi della ricostruzione dopo la caduta del muro di Berlino, come Superiore del Santuario di Paola cuore spirituale della Calabria, a capo della mia famiglia religiosa, in giro per il mondo ad animare il servizio ecclesiale dei miei confratelli.
Rivivo, poi, gli anni del ministero episcopale, prima a Locri e poi qui a Reggio Calabria. Non sto presentando un elenco di opere, di benemerenze o di trofei da esporre, ma un bilancio sulla fedeltà a chi mi ha chiamato e sulla coerenza al grido dell'apostolo, fatto mio: "Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato la sua vita per me". E allora, come è giusto che sia, al Magnificat del rendimento di grazie unisco anche il Miserere della richiesta di perdono.
Sono consapevole che la missione sacerdotale di consolare deve partire dalla convinzione, che fu anche di Gesù e di Maria, quando riconobbero di essere stati Unti di Spirito Santo e di essere stati inviati per una missione prestabilita da Dio. Il sacerdote sa che il Vangelo possiede gli strumenti necessari per consolare: a lui spetta assumerli e rivolgerli ai bisogni individuati.
Conscio della sua missione, il sacerdote deve saper individuare le povertà, i cuori spezzati, gli schiavi da liberare, i prigionieri da scarcerare, gli afflitti da consolare, nella consapevolezza che lui è ministro di misericordia, contro ogni tentazioni giustizialista prodotta dalla cultura di oggi. Il testo letto di Isaia, nel quale Gesù si identifica, parla di salvezza in termini di benessere terreno, ancor prima che celeste: corona invece di cenere, olio di letizia e non abito da lutto, canto di lode e non cuore mesto. La Madonna ha dimostrato la sua missione sacerdotale di Consolazione accanto al Figlio, interessandosi della buona riuscita di una festa di nozze.
Comprendiamo così che il ministero della consolazione deve esercitarsi nei confronti di tutto l'uomo. Gesù ha salvato l'uomo nella sua totalità; per cui certi passi del Vangelo sulla fame, sui carcerati, su tutti coloro che in un modo o nell'altro sono ai margini della vita sociale, per propria o altrui colpa, non sono figure simboliche. Lo straniero da accogliere non è una metafora, così come l'affamato e il carcerato. A costo di andare contro il pensare oggi dominante, la Chiesa deve affermare, con tutti i suoi limiti e difficoltà forse anche nonostante il suo peccato, di essere inviata a sostenere una umanità in difficoltà, anche quando questa umanità si trova reclusa nelle strutture punitive dello Stato. È soprattutto a questa umanità che va portata la Consolazione, nel segno di una comunità che crede - che deve credere – nella possibile e reale redenzione di chi sbaglia. Se al colpevole, che deve pur scontare la sua pena, non viene riconosciuta dalla comunità questa reale possibilità di redenzione e non si ha fiducia che questo possa accadere e realizzarsi, allora è inutile inviare un sacerdote come cappellano nelle carceri.

Oggi il popolo credente fa fatica a superare l'ignoranza attorno agli autentici valori cristiani da difendere e del modo come difenderli. Perciò la consolazione da diffondere oggi è soprattutto quella della liberazione da quella inumana schiavitù, che è l'ignoranza del vero messaggio cristiano, ad ogni livello, ignoranza che spesso si coniuga con l'arroganza di chi crede di essere sempre nel giusto. Ciò è dovuto al fatto che la fede, la nostra fede, non è passata al vaglio della vera crisi - benedetta crisi che ci mette in discussione – quella crisi che nasce affrontando il senso della propria vita; quella crisi che nasce quando la vita non è stata misurata con il giudizio sull'affidabilità dei valori proposti dalla fede.
Oggi, in questo pluralismo religioso e culturale, solo l'uomo che si pone il problema del senso della vita e trova nella proposta del Vangelo una risposta può vivere una fede matura, altrimenti è solo incontro di cultura.
L'espressione paolina, vivo nella fede del figlio di Dio, in questo contesto riporta tutti i cristiani sul percorso della loro fede per verificare se essa è veramente scelta di Gesù Cristo, se i valori da lui proposti appagano veramente la ricerca di senso della vita. Genitori, non temete se i vostri figli, dopo l'educazione cristiana che avete trasmesso loro, entrano in crisi. È un momento di grazia, se voi li saprete guidare in quel momento, aiutandoli a capire che le risposte agli interrogativi forti della vita vengono dal Vangelo di Gesù Cristo, se scopriranno questo e ne saranno convinti assumeranno una fede incrollabile, che non cesserà mai.
L'incontro con le altre culture e religioni ci interroga se il nostro cristianesimo è il semplice incontro, senza una critica esistenziale, con la cultura cristiana, espressa con le tradizioni conservate nei luoghi ove siamo nati. Quanti di noi hanno veramente maturato la fede come scelta di Gesù Cristo e del suo Vangelo nel contesto di una crisi del senso alla vita? Solo quando affrontiamo questi interrogativi con sincerità e troviamo nel Vangelo di Gesù Cristo la risposta, solo allora nasce la fede, la vera fede.
Il mio sacerdozio, ed ora anche il mio servizio episcopale, l'ho racchiuso in questo sforzo di far sì che la fede superi la dimensione solo culturale e sia invece espressione di una scelta di Gesù Cristo. La lettera scritta ai giovani che si preparano alla cresima, dal titolo "voi chi dite che io sia", contiene tutta la mia ansia pastorale.
Senza cadere nell'integralismo fondamentalista, che non appartiene alla mia formazione culturale e religiosa, dobbiamo sentire il fastidio culturale e spirituale di una religiosità senza scelte e radici vere. Dirsi credenti, definirsi cattolici, deve significare il sentirsi membra di una comunità ecclesiale, che ha fatto una scelta di vita e di ideali circa i temi, oggetto del difficile dibattito oggi della nostra società. Una politica che si definisce laica, se trova in questa conclamata laicità la sua giustificazione di un legiferare contro i principi derivanti dalla natura dell'uomo, ai quali Gesù Cristo si è collegato predicando il suo Vangelo, la politica deve uscire fuori dal Limbo relativistico in cui si ricaccia ogni volta che deve affrontare la questione della sua identità.
La politica deve finalmente spiegarci il nesso che intercorre tra la sua laicità e i patronati religiosi, che ancora riconosce e celebra, nonostante la sua laicità. Se una determinata aggregazione, fosse anche lo stesso Stato, riconosce in una figura religiosa il punto di riferimento della sua vita (se so leggere e scrivere è questo il senso di un patronato religioso), ciò deve significare per coerenza che tale figura esprime ideali verso i quali guardare per trovare in essi gli orientamento morali che devono guidare la vita di una comunità che riconosce questo patronato. Non comprendo, ogni volta che ci penso, il significato dato a questi patronati religiosi, quando ormai la nostra società ostenta la propria impostazione fuori dai valori fondamentali che la figura religiosa dovrebbe ispirare, alcuni dei quali non hanno radice nel Vangelo ma trovano radice nella natura dell'uomo, investigabile già con la sola ragione umana.
Forse in questo mese avremo approvata la legge sul suicidio assistito, e poi il 4 novembre si andrà ad Assisi a celebrare il patronato di San Francesco sull'Italia. Certi valori non trovano origine nel Vangelo: la dignità della persona e la libertà della persona, l'oggettività della natura umana, la capacità investigativa della ragione non le ha inventate Gesù Cristo, sono già patrimonio culturale del pensiero greco e latino, e noi quando ci troviamo di fronte a certi problemi, come l'eutanasia, troviamo l'incrocio di due dignità che vengono messe una accanto all'altra: la dignità della vita e la dignità della persona umana. Cosa ci ha insegnato il pensiero razionale dei greci? Non si può salvare una dignità sacrificando l'altra. Io non posso giustificare il suicidio assistito con "la dignità della persona che muore", ma questa dignità non può negare la dignità della vita umana. Quando queste due dignità entrano in conflitto, entra in gioco il ministero della Consolazione. Ricordo un grande medico, curava la nostra comunità religiosa a Paola, che a noi studenti ci spiegava il giuramento di Ippocrate e concludeva: "Quando il medico non può fare più niente, allora si mette accanto all'ammalato a consolarlo, ma mai ad ucciderlo". È una dignità quella della vita, che va rispettata nel contesto del rispetto della dignità della persona umana. Su questo punto i cristiani devono avere chiarezza, perché coloro i quali non hanno chiarezza su questo punto possono dire addio al cristianesimo: non servono processioni e neanche dire "Viva Maria".
Da questo equivoco si deve uscire, anche se con sacrificio. E non vale la giustificazione che lo Stato laico deve difendere tutti gli orientamenti di vita. Io non mi riferisco ai valori specificatamente cristiani, ma a quelli più basilari che toccano la visione dell'uomo e delle sue relazioni, che decidono e decideranno le scelte di oggi sulla cultura di domani. Le modalità con le quali si legifererà sulla famiglia, il modo come verrà legiferato sulla vita, incideranno sulla cultura e sulla vita dei ragazzi e dei giovani di oggi. Noi stiamo ponendo le premesse di come verrà concretizzata la vita fra 50 anni, di come verrà pensata la famiglia fra 50 anni.
Benedetto XVI metteva in guardia l'Europa dall'atteggiamento pragmatico, che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali, come se fosse l'inevitabile accettazione di un presunto male minore, e quando su di un tale pragmatismo si innestano tendenze e correnti laicistiche e relativistiche, si finisce per negare ai cristiani il diritto stesso di intervenire come tali nel dibattito pubblico o, per lo meno, se ne squalifica il contributo con l'accusa di voler tutelare ingiustificati privilegi. E non c'è bisogno che spieghi il pensiero di papa Benedetto, basta considerare come vengono trattati i cristiani o le associazioni cristiane che alzano la voce sul valore della Famiglia: vengono tacciati come coloro che odiano coloro che la pensano in modo differente.
Papa Benedetto si appellava agli Stati membri dell'Europa affermando, che, per essere validi garanti dello stato di diritto e efficaci promotori di valori universali, non possono non riconoscere con chiarezza l'esistenza certa di una natura umana e permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli individui.
Ecco, come ho inteso tradurre concretamente in questi anni il mio servizio sacerdotale ispirato al grido paolino: "Vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me". Ho annunciato la fede, che trova le sue radici in una ragione, la cui forza di ricerca della verità precede il pensiero cristiano.
Ed è in questa logica che vedo l'esercizio sacerdotale della consolazione, al quale Gesù e Maria ci invitano. La consolazione più grande è quella di portare l'uomo e la società a superare il relativismo dominante nella nostra cultura e a scoprire le radici di un umanesimo nuovo, che affonda le sue radici sul riconoscimento del primato della ragione e della legge naturale.
Prego il Signore e la Vergine Santissima che concedano alla nostra città ed alla nostra amata diocesi un futuro migliore nel segno di questo umanesimo nuovo, per abbracciare il quale ci vuole il coraggio di andare contro corrente, e di vivere il vangelo fino in fondo.
Grazie a tutti, fratelli e sorelle carissimi, per la partecipazione al mio giubileo sacerdotale. Imploro su ciascuno di voi la benedizione del Signore e, di cuore e con grande affetto, vi porto in questa santa Eucarestia.
Affido a Maria la mia vita e il mio futuro. Con San Martino prego così: Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica".

Per i suoi 50 anni di sacerdozio Morosini ha ricevuto anche una lettera di Papa Francesco. 

"Se in verità, venerabile fratello, nella tua memoria è presente ancora quel giorno, quando sei stato insignito dell'ordine presbiterale e sei stato fatto attento dispensatore dei doni dall'alto, subito pensiamo che ciò ti sarà più manifesto, per la singolare ragione per cui, da quel tempo, sono passati dieci lustri di ministero sacerdotale, che sono una onorabile meta e un cumulo di opere buone.

Nell'età ancora dell'infanzia sei entrato nell'Ordine dei Minimi, nel quale sei cresciuto e convenientemente educato. Dopo l'ordinazione sacerdotale ti sei dedicato all'approfondimento degli studi teologici presso la Pontificia Università Lateranense e successivamente, a Messina, hai compiuto l'alto percorso degli studi filosofici.

Sono annoverati molti uffici, da te svolti sia nell'ambito della tua famiglia religiosa sia al di fuori di essa, per dispensare largamente i benefici del Signore, formare i fedeli e insegnare ai giovani la sacra dottrina, per cui la salvezza dello stesso Salvatore potesse toccare più persone possibili e pervaderli profondamente.

Per volontà del Nostro predecessore Benedetto XVI, sei stato inviato alla Chiesa di Locri-Gerace, eletto come Vescovo e Pastore, affinché anche lì potesse essere presente l'impegno e l'attività del tuo animo sacerdotale.

Noi stessi, cinque anni dopo, ti abbiamo destinato come Arcivescovo Metropolita nella sede insigne di Reggio Calabria - Bova, avendo per certo che anche lì avresti svolto il tuo ministero episcopale egregiamente e fruttuosamente ed avresti manifestato con coraggio i comandamenti del Signore.

Questi luoghi, in verità, conservano ancora la memoria e gli esempi di santità di San Francesco di Paola, per mostrare i quali e offrirli agli uomini del nostro tempo, tu hai contribuito molto.

Per queste ragioni riferite desideriamo, carissimo fratello, lodare giustamente la tua condotta di vita e la tua opera apostolica.

Per cui, nell'occasione del ricordo di questa tua fausta ricorrenza, ci congratuliamo con te per questa ragione, e preghiamo lo stesso divin Padre affinché sia per te munifico remuneratore dei tuoi meriti e Lui stesso il tuo appoggio.

Noi in verità, con l'affetto fraterno dell'animo, elargiamo la benedizione apostolica per primo a te, venerabile fratello, estendendo copiosamente la stessa alla diletta comunità ecclesiale".

Un saluto augurale è stato indirizzato, inoltre, dal vicario generale, monsignor Salvatore Santoro, all'arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini, in occasione della celebrazione del suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio, avvenuta stamattina alle 10 in Cattedrale, in concomitanza con la Celebrazione pontificale per la Solennità della Madonna della Consolazione.

"Ecco, com'è bello e com' è dolce che i fratelli vivano insieme!..
Perché là il Signore manda la benedizione, e la vita per sempre. (Sal 132)

Eccellenza reverendissima, carissimo p. Giuseppe nostro Arcivescovo, Eccellenze reverendissime, venerati Confratelli, Religiosi, Religiose, Diaconi, gentili Autorità, cari fratelli e sorelle, le parole del salmo 132, appena evocate, ci offrono la cornice più vera e significativa del nostro esser convenuti qui, oggi, in questa Basilica Cattedrale - radunati dal Padre e dal Figlio, nello Spirito Santo - sotto lo sguardo tenero e provvidente della nostra celeste Protettrice, la Vergine Maria, Madre di ogni consolazione.
Siamo qui per ringraziare il Signore .. perché è buono, ed eterna è la sua misericordia! Siamo qui, porzione eletta della chiesa di Gesù, segno e sacramento, nella storia, della comunione che salva, della carità che trasforma e trascina, dell'offerta, pura e santa, che redime perché è caparra d'immortalità.
Siamo qui perché tutti - ciascuno secondo la misura di grazia che gli è stata concessa - sappiamo che è dolce e soave ritrovarsi insieme da fratelli: è la nostra prima e comune vocazione, perché è cosi che si diventa santi, insieme; ed è condizione essenziale perché il buon Dio mandi la sua benedizione, e la vita per sempre (Sal 132). Lo sappiamo, lo abbiamo sperimentato e desideriamo gridarlo al mondo: "Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita.. noi lo annunciamo anche a voi - lo annunciamo a tutti - perché anche voi siate in comunione con noi.. e la nostra gioia sia piena. "(1Gv 1,1-4)
Si: siamo qui per chiedere al Signore, per intercessione della Madonna della Consolazione, che continui a farci dono della sua gioia!
Oggi, caro Padre Arcivescovo, la nostra gioia è piena perché, assieme a lei, ringraziamo il buon Dio per il suo sacerdozio, per il dono grande dei suoi 50 anni di consacrazione presbiterale.
E' passato un bel po' di tempo da quel 2 agosto del 1969, quando con trepidazione e fiducia, ponendo le sue mani in quelle del Vescovo e deponendo la sua vita nel grembo materno e fecondo della Chiesa, custodito e benedetto dal suo santo fondatore Francesco di Paola, lei pronunciava il suo eccomi solenne e definitivo, per essere, per sempre, sacerdote di Cristo.
Son passati 50 anni, eppure.. siamo certi che, nel suo cuore, è come se fosse ieri; anzi oggi, perché, quando si spende la vita fino in fondo, per amore e con amore.. mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, ed ogni S. Eucarestia celebrata, la si vive come se fosse la prima, come se fosse l'ultima, come se fosse l'unica!
Da qualche tempo, ritornano nella mia mente le parole di un giovane prete dell'Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, don Salvatore Mellone, pronunciate al termine della sua ordinazione presbiterale celebrata tra le mura della sua camera, nel giugno del 2015, perché - essendo, egli, ormai in fase terminale, a motivo di un inesorabile cancro - non gli rimanevano che poche settimane di vita. Appena ordinato prete, con occhi radiosi e voce ferma, nonostante la grave malattia che lo stava consumando, con le mani che profumavano ancora di Sacro Crisma, don Salvatore pronunciò parole che sapevano di santità, di eternità e di gioia: "... grazie, Dio, per l' amore sconfinato che hai voluto riversare nella mia vita, sovrabbondante di grazia; quanta gioia oggi, quanta da oggi, quanta non solo oggi.."
Questo giovane confratello non ha avuto la grazia di celebrare il suo 50mo di sacerdozio! Non ha avuto la possibilità neanche di giungere al primo anno di ordinazione! Ma le sue parole, quelle parole, sono un testamento solenne, che ammutolisce e riempie il cuore; che interroga e spalanca gli orizzonti dell'infinita provvidenza del Signore: per questo, caro Padre Arcivescovo, sentiamo di poterle condividere con lei; anzi: siamo certi che le avrà già fatte sue e che anche lei, oggi – mentre con S. Paolo nuovamente professa: "in fide vivo Filii Dei" - ricordando quel 2 agosto del 1969, con d. Salvatore Mellone ci dice: è proprio vero: "..quanta gioia ieri come oggi, quanta gioia da quell'oggi, quanta gioia non solo per quell'oggi.."
"...Se comprendessimo bene che cos'è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore... Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che ne apre la porta; egli è l'economo del buon Dio; l'amministratore dei suoi beni... Oh come il prete è grande!... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce, e si rinchiude in una piccola ostia...". (S. Curato d'Ars)
Quanta grazia in questi 50 anni!
Questa santa assemblea, questa sua comunità diocesana e l'intera città di Reggio-Bova, carissimo p. Arcivescovo, in comunione con tutta la Chiesa, con il Santo Padre che, benevolmente, ha voluto esprimerle di suo pugno i suoi auguri e la sua benedizione, con la Chiesa che è in Calabria - qui rappresentata dai suoi Pastori - benedice assieme a lei il Signore, il bel Pastore, per questi 50 anni di vita sacerdotale, vissuti nella pienezza del servizio e della gioia!
Ci permetta, allora, con affetto filiale, di riassumere ciò che abita il nostro cuore con due paroline, semplici, belle e vere: grazie ed auguri.
Con papa Francesco (citerò un piccolo stralcio della splendida Lettera da lui scritta ai sacerdoti, in occasione del 160° anniversario della morte del S Curato d'Ars, il 4 agosto 2019), prendendomi la licenza di ... trasformare il plurale di quel testo, in singolare, a nome di noi tutti le dico:
Grazie, caro padre Giuseppe!
".. grazie per la sua fedeltà agli impegni assunti... (cito, come farò di seguito, quasi letteralmente Papa Bergoglio) perché questo ci invita a celebrare la fedeltà di Dio che non smette di fidarsi, di credere e scommettere su di noi, nonostante i nostri limiti e peccati; e ci invita a fare lo stesso, con Lui e tra di noi..
Grazie, per la gioia con cui ha saputo e sa donare la sua vita, mostrando un cuore che - nel corso di questi 50 anni - ha combattuto (sono sempre parole del Papa) e lottato per essere quotidianamente allargato dall'amore di Dio e del suo popolo; un cuore che, come accade per il buon vino, il tempo ha impreziosito, dandogli una qualità sempre più squisita...
Grazie, perché non si stanca di rafforzare i legami di fraternità e di amicizia, nel presbiterio e con il vescovo, Incoraggiandoci a sostenerci a vicenda, a curare chi è malato, a cercare chi si è isolato, ad apprendere la saggezza dagli anziani, ad imparare a ridere e piangere insieme; come sono necessari questi spazi - dice il Papa!
Per tutti, certo; ma, mi permetto di aggiungere, in particolare, per noi sacerdoti! Grazie, perché facendosi carico di tutti, ed accompagnandoci nel cammino della conversione verso la nuova vita che il Signore dona a tutti noi, non ha mai smesso di difendere la non negoziabile verità della fede, "oportune et inportune" (2Tm 4,2), senza, tuttavia, stancarsi di ripeterci "siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro"... Non esiste vera giustizia senza carità, come non può esserci carità senza giustizia!
Grazie, infine, per tutte le volte in cui, lasciandosi commuovere nelle viscere, ha accolto quanti erano caduti, ha curato le loro ferite, ha offerto calore ai loro cuori - magari.. preparando un ottimo pranzo o una appetitosa cena, di cui è indiscusso maestro! - mostrando tenerezza e compassione, come il Samaritano della parabola di Lc 10,25-37, e pazienza, perdono e fiducia, come il Padre misericordioso di Lc 15, quel padre che sa attendere, offrire ed anche soffrire per i suoi figli, perché sa bene che si diventa davvero generativi, quando si è disposti e capaci di esserlo non solo nell'amore ma anche nel dolore! Niente, continua il Papa , è così urgente come queste cose: prossimità e vicinanza alla carne del fratello sofferente. Quanto fa bene l'esempio di un sacerdote, di un vescovo, che si avvicina e non si allontana dalle ferite dei suoi figli e fratelli; e lo fa perché convinto che..."eterna è la misericordia del buon Dio.."
Dag Carl Hammarskjöld ha scritto: "Nessuno è umile, se non nella fede. Nessuno è fiero, se non nella fede. Umile e fiero nella fede: ecco cosa è vivere! In Dio io sono nulla, ma Dio è in me. Per questo, per tutto quello che è stato: grazie; per tutto quello che sarà: amen! "
Auguri venerato e caro p. Giuseppe!
Li accolga come espressione sincera dell'affetto del suo presbiterio, che le vuole tanto bene, ma anche di questo popolo santo di Dio, di questa nostra amata città, di noi tutti!
Desideriamo formularglieli proprio con le parole del suo e nostro S. Francesco di Paola: "Ti accompagni sempre la grazia di Gesù Cristo benedetto, che è il più grande ed il più prezioso di tutti i doni!"
Ad multos annos, carissimo Padre!".