Reggio Calabria
 

Come lavorano i buyer? Clientela di “fascia alta”, attenzione meticolosa a qualità e logistica, ma outlook inaspettato: “Il futuro dei prodotti d’importazione… è nei surgelati”

Lunaribelle7novembredi Mario Meliadò - Oggi alla "Luna Ribelle" abbiamo approfittato della conferenza stampa promossa dal presidente della Camera di commercio di Reggio Calabria Ninni Tramontana per proporre anche le testimonianze di alcuni dei buyer giunti da 7 Paesi stranieri.

Anthony Valitutti è un importatore originario della Puglia che da una trentina d'anni opera a Toronto, in Canada.

Valitutti, qual è il suo "normale" rapporto coi prodotti tipici e più in genere gastronomici calabresi e delle altre regioni del Sud Italia?

«Lavoro nell'horeca, e fornisco tanti ristoranti: ovviamente, con prodotti tipici della Caalbria, ma pure di altre regioni italiane. Importo direttamente e faccio distribuzione fino alla singola specifica destinazione, per una clientela di fascia media/medio-alta».

Certo però per molti un avvallamento quasi insormontabile è costituito da complessità e costi di logistica e trasporto dei prodotti 'made in Calabria' a migliaia di chilometri di distanza. In Canada davvero è così, anche rispetto ai prodotti provenienti magari da altri Paesi europei?

«Sì, per i trasporti esistono costi ovviamente elevati. Intanto, perché i costi dei trasporti sono calcolati in dollari americani: e noi, invece, abbiamo i dollari canadesi, che oggigiorno contro l'euro e contro il dollaro Usa è molto povero... Per ammortizzare un po' questi esborsi, però, lavoriamo con accortezza sul riempimento dei container da 20 piedi, 40 piedi, dipende...».

Valitutti...Giusto, ma lo sforzo logistico a chi compete? A un buyer, come lei è? O ai suoi fornitori?

«Io lavoro con un gruppo di fornitori: se non faccio il pieno-container ma solo 6-7 bancali con uno di questi fornitori, allora io allestisco un 20 piedi, 21 bancali, mettendo dentro anche altri fornitori; però lo comunico al mio spedizioniere a Toronto, che è a sua volta specializzato nel lavoro di questo tipo ed è attivissimo nell'import-export da e verso l'Italia, già io soltanto ci lavoro in sinergia da trent'anni..., e lui mi raggruppa i vari fornitori a Napoli, o a Prato o a Firenze..., dipende sempre da quale parte dell'Italia i prodotti partono, e a me a Toronto arriva sempre il full container, il container pieno, per ammortizzare un po' i costi che sono micidiali... Bisogna fare così, questo è il problema. Se poi dobbiamo movimentare un bancale o due, perché non abbiamo materiale per un container intero, lo facciamo pure: ma a quel punto, il costo incide tanto».

Ma quali prodotti specificamente "made in Calabria" propone abitualmente ai ristoranti che lavorano con la sua azienda?

«In atto, per la verità, ho solo un prodotto calabrese in catalogo: un trademark che ho fatto io nel 2012, un peperoncino calabro, fatto a Tropea, e il brand si chiama Foco Meo, un modo di dire tipicamente calabrese...»

...My Goodness, direbbe qualcuno. Ma nell'originale c'è in più lo spicy, la "piccantezza", non renderebbe altrettanto bene...

«...Eh sì, l'ho introdotto sul mercato di Toronto perché tantissimi italiani all'estero, specie in questa città del Canada, proviene proprio da questa regione, dalla Calabria. E allora c'è stato un understanding, la gente ha capito la valenza del prodotto: aggiungiamoci che i calabresi usano tantissimo il peperoncino... Il prodotto è stato molto apprezzato».

E in questi giorni reggini?

«...E ora sono qui per cercare altri prodotti validi da poter commercializzare in Canada: insaccati, dell'olio extravergine... quelli realizzati in questa regione sono molto buoni e, visto che lavoro tanto coi ristoranti, mi sento di poter dire che genereranno un ottimo risultato».

Ma per certi versi, portare il peperoncino calabrese ai reggini trapiantati a Toronto è come un concerto di Andrea Bocelli per emigrati, roba da "cavallo di ritorno"... Invece gli operatori genuinamente canadesi che si rivolgono a una clientela prevalentemente canadese quanto lavorano, in media, con prodotti importati dal Mezzogiorno d'Italia?

«Nel dettaglio, parlare di percentuali sarebbe una bugia. Come idea, se vai a vedere sugli scaffali anche solo facendo la spesa..., 10 anni fa il mercato italiano consisteva forse nel 10% del supermercato: adesso parliamo almeno del 20-25% dei generi alimentari, in catene di media grandezza. Il prodotto italiano è cresciuto tantissimo, all'estero».

Guardiamo ai ristoranti, adesso. Un piatto con ingredienti made in Calabria, anche molto semplice, al cliente di Toronto in media quanto costa?

«Certo ci sono tante variabili, dipende da target, posizionamento... E poi noi possiamo lavorare con pasta che costa un euro al pacco o con pasta che costa 6 euro al pacco: è una scelta del ristoratore, che però incide sul prezzo al consumatore. In media, un piatto di pasta con ingredienti importati a un cliente di Toronto può costare dai 15 ai 25-30 euro, dove un piatto a base di pesce si avvicina al range di spesa più alto, un piatto con ingredienti più 'poveri', magari olio extravergine e peperoncino, evidentemente costa meno».

Ma un buyer come lei ricercherà ingredienti sulla fascia più elevata di prezzo... La qualità conta, no?

«Ancòra deve consolidarsi, ma posso garantire che le giovani generazioni stanno facendo affermare la tendenza di guardare molto di più alla qualità, e dunque a portate dal costo medio più elevato. E sono proprio i giovani di oggi che porteranno all'affermazione di questo trend. A portarla inizialmente siamo stati noi, che siamo un po' il blend tra la vecchia generazione e i giovani; però i giovani, con questi telefonini, questo e quell'altro ormai ssanno tutto di tutto e in pochi minuti. Quindi il giovane cliente non può più essere ingannato. Anzi: a questo punto qua, dev'essere anche rispettato da noi, portando prodotti validi sul nostro mercato, accontentandoli il più possibile e facendo vedere che anche noi, come market-place, possiamo portare prodotti prodotti estremamente qualitativi, Dop, Igp...».

Insomma, la filosofia è che anziché andare a mangiare tre volte al mese al ristorante pseudotipico, ci vado una volta sola ma per assaporare il vero Calabrian taste...

«...Esattamente... esatto».

CannasMassimo Cannas è un imprenditore di Alghero, sardo fin dal cognome («Ma per l'altra metà sono veneto», puntualizza lui...) che negli Stati Uniti ha trovato l'amore e la passione per l'import-export, anche di prodotti italiani e del Sud del nostro Paese.

...Dove si trova l'azienda, di preciso?

«Noi siamo nel Southern California, che è una zona meravigliosa sull'Oceano Pacifico, a metà strada tra Los Angeles e San Diego. Io vivo lì da 31 anni...».

Insomma... il primo oggetto d'import-export è stato lei?

«...Esatto, sono stato io stesso. E poi abbiamo proseguito... Noi siamo focalizzati su prodotti tipici gastronomici di target alto, prodotti-gourmet... lavoriamo nel settore della ristorazione di qualità, nel segmento della distribuzione e nello specialty food, cioè catene di supermercati indipendenti, di dimensioni medie per gli Usa, cioè tra i 50 e i 200 punti-vendita. Proponiamo loro periodicamente linee di prodotti: in alcuni casi si acquistano prodotti coi marchi italiani, ma nella grande maggioranza dei casi si ricorre ai private labels, quelli che in Italia vengono chiamati "marchi privati".»

Molti altri buyers ci hanno parlato di un buon andamento dei prodotti spicy, dal gusto piccante e deciso che è una caratteristica di molti prodotti calabresi. Però ci hanno anche detto che difficilmente sfondano il muro della Gdo, la grande distribuzione organizzata...

«I prodotti del Sud Italia in genere, che non beneficiano di reti commerciali preesistenti, così tipici e così altamente di qualità vengono importati da noi attraverso il duro lavoro d'importatori specializzati che vengono qui in Italia e fanno scouting. Loro sanno bene "cosa" cercare e "dove" trovarlo: purtroppo però non sempre l'alta qualità del prodotto è garanzia di successo... Ma molte volte abbiamo risultati comunque ottimi, talvolta superiori alle più rosee aspettative».

Ma voi su quali prodotti del nostro Mezzogiorno state puntando? E quali, in ogni caso, stanno ricevendo apprezzamento sul mercato statunitense?

«La domanda è molto interessante, perché i gusti cambiano, i mercati sono in continua evoluzione e per la precisione il mercato "matura". Io ricordo il mercato Usa quando ho iniziato io, 30 anni fa....».

...Gli immangiabili noodles e altre pseudotipicità di questo tipo...

«...Ecco. Però, già 7-8 anni dopo in realtà il mercato era cambiato... All'epoca, presentavo prodotti alla nostra clientela: ogni prodotto era una novità, una sorpresa, i buyer restavano a bocca aperta... Oggi è difficile stupire i buyer, perché loro viaggiano e comunque il mercato ormai offre di tutto e di più. Quindi la tendenza per il mercato di oggi è che, intanto, tutto cambia secondo le zone di riferimento: se si sta pensando di coprire il mercato nella East Coast sappiamo già che le tendenze del mercato sono ben diverse da quelle del MidWest o della West Coast...».

...E il futuro?

«Forse vi stupirò... Ma fermo restando che i prodotti freschi e d'alta qualità rimarranno sempre prodotti di nicchia molto ben venduti in quell'àmbito, il futuro potrebbe vedere un'affermazione massiccia dei surgelati. Perché questo è un ottimo modo di conoscere il prodotto e la sua qualità, anche se presentati con la forma del surgelamento: anzi, le modalità stesse di conservazione aiutano molto le spedizioni, le conservazione, la vita media dei prodotti risulta di almeno 18-20 mesi...».

Alla fine, il prodotto importato magari dalla Calabria o da un altro territorio del Sud Italia è per solo per le tasche più capienti? E i prossimi anni, che outlook possono avere, che sorprese ci riservano dal suo punto di vista?

«Occorre innanzitutto farsi bene i conti, e certo secondo il tipo di prodotti: se parliamo di 'fresco', che quindi non necessita di particolari modalità di conservazione, è un discorso, ma se parliamo di prodotti refrigerati o surgelati, lì a fronte della grande opportunità commerciale c'è un limite legato ai costi elevati di spedizione ma anche della stessa catena logistica una volta che siamo nel territorio di destinazione, particolarmente vasto. Quindi bisogna capire che un prodotto surgelato che arriva nella West Coast già soffre dei 40 giorni di trasporto "da porto a porto"; una volta che è giunto a destinazione, dev'esser distribuito, e possono passare anche diverse settimane».

Quindi per il fresco...

«...Per il fresco, è tutto quasi impossibile. Per il surgelato, invece, è vero che ci sono dei costi che sono più o meno doppi che per i prodotti non surgelati, ma tutto è superabile con un'ottimale "catena del freddo", non ci sono davvero dei limiti. Però questo è anche l'unico modo per poter consumare, negli Stati Uniti, dei prodotti d'alta qualità senza impazzire per poterli ottenere».