Lo stratagemma della famiglia Lico: ecco le accuse al presidente della camera di commercio di Vibo Valentia

licomicheledi Angela Panzera -  "Appare estremamente evidente che dalla lettura captati nelle conversazioni ambientali, si ricava con aperta chiarezza la fittizietà delle operazioni compiute nell'ambito del gruppo familiare Lico e la piena consapevolezza di tutti i soggetti coinvolti che quanto compiuto, in realtà è teso a consentire a Michelino Lico di evitare che una probabile quanto concreta possibilità dell'emissione di un provvedimento interiettivo nei confronti della Ligeam srl, potesse inquinare l'assetto societario della Iam spa". È il gip Olga Tarzia a scriverlo nel decreto di sequestro preventivo, emesso il 28 febbraio scorso, carico della Fargil srl, società, con sede legale a Roma. Questa indagine, coordinata dalla Dda reggina- retta dal procuratore vicario Gaetano Paci- e dai Carabinieri carabinieri del Comando provinciale e del nucleo operativo ecologico di Reggio Calabria, vede tra gli indagati il presidente della Camera di commercio di Vibo Valentia, l'imprenditore vibonese Michelino Roberto Lico, ritenuto dagli inquirenti responsabile del reato di intestazione fittizia di beni. Secondo quanto emerge dall'inchiesta "Metauros", Lico per eludere le disposizioni in materia antimafia, avrebbe attribuito fittiziamente al figlio Santo, di 28 anni, la maggioranza assoluta delle azioni della Iam spa di Gioia Tauro, società che gestisce da oltre un ventennio la depurazione delle acque reflue di numerosi comuni della Piana. Il sequestro dei giorni scorsi rappresenta uno sviluppo dell'indagine "Metauros" che, nell'ottobre scorso, portò al fermo di sette persone indagate, a vario titolo, per associazione mafiosa perché ritenuti legati alla cosca Piromalli, concorso esterno, estorsione ed intestazione fittizia di beni, con l'aggravante delle modalità mafiose, nonché al sequestro di società operanti nel settore della depurazione e trattamento delle acque, trasporto e compostaggio dei rifiuti speciali non pericolosi. Lico, fino al 20 luglio 2015 era a capo della Iam attraverso la società Ligeam. In quella data, un'altra società riconducibile, secondo gli investigatori, alla famiglia Lico per la gestione di appalti pubblici, la Elmecont di Maierato (Vibo Valentia), ha ricevuto un'interdittiva antimafia. Nel provvedimento si menzionava anche la Ligeam. Pertanto, per evitare che anche quest'ultima potesse essere attinta da analoghe preclusioni, con inevitabili ricadute sulla Iam l'imprenditore vibonese attraverso, secondo l'accusa, «una spregiudicata manovra societaria», ha trasferito la maggioranza azionaria della stessa Iam (89,5% del totale) al figlio Santo, costituendo ad hoc la Fargil. Dalle indagini sarebbe emersa la natura fittizia dell'operazione con Michelino Roberto Lico, di fatto ancora saldamente al timone della Iam e, pertanto, dominus sostanziale ed unico interlocutore dei vertici della compagine societaria e come, anche dopo la formale fuoriuscita dalla compagine sociale, Lico sia rimasto l'unico punto di riferimento dei dirigenti della Iam, ai quali ha regolarmente dettato le strategie imprenditoriali.


"Era chiaro a tutti che l'operazione nascondeva un'interposizione fittizia volta ad evitare conseguenze patrimoniali, scrive sempre il gip Tarzia nel decreto di sequestro. Infatti oltre ai Lico, a finire nel registro degli indagati, ci sono venti persone. Tra queste Domenico Mallamaci, amministratore delegato della società Iam spa fino al 29 agosto del 2016, Giuseppe Fragomeni, presidente del cda della Iam, Domenico Giuseppe Arcudi, componente del cda della Iam spa nonché amministratore delegato dal 29 maggio 2016 al 20 aprile del 2017, Andrea Massimo Bolognesi, amministratore delegato della Iam del 20 aprile 2017, Francesco Giugno, componente del cda della Iam, Carmelo Calabrò, responsabile dell'impianto Iam, Maria Rosa Bertucci, responsabile tecnico della Iam con delega alla normativa ambientale, Luigi Bagalà, amministratore unico della società di intermediazione Eurocome srl, Francesco Bagalà, gestore di fatto della Eurocome srl nei rapporti con la Iam, Giuseppe Barreca, amministratore unico della società di trasporto ed intermediazione BM Service srl, Francesco Barreca, socio della società di trasporto ed intermediazione BM Service srl, Giuseppe Monaco, amministratore unico della società di compostaggio "Ofelia Ambiente srl", Enrico Musumeci, amministratore unico della società di intermediazione Meta Service srl di San Giovanni La Punta (Ct), nonché socio proprietario della società di compostaggio Raco srl, Davide Zannini, amministratore unico della società di compostaggio Raco srl, Pietro Foderà, presidente del cda della società di compostaggio Sicilfert srl di Marsala, Ferdinanda Romeo, amministratore unico della società di compostaggio Biomatrix srls di San Ferdinando, Domenico Giuseppe Savastano, amministratore unico della società di compostaggio Biosistemi srls di San Ferdinando, Morello Sebastiano, amministratore unico della Produzione e recupero inerte Morello Sebastiano srl, e Concetta Marotta, amministratore unico della Irecom srl.


Ritornando alle accuse mosse dalla Dda reggina all'attuale presidente della Camera di Commercio di Vibo Valentia egli avrebbe quindi attribuito al figlio, Santo Lico, la maggioranza assoluta delle azioni della Iam. In particolare, per come è descritto nel capo di imputazione, il 20 luglio del 2015 la Prefettura di Vibo emetteva "un' informazione a carattere interdittivo dei rapporti con la pubblica amministrazione nei confronti dell'azienda Elmecont srl di Maierato, il cui Lico è amministratore unico; il 23 settembre del 2015 viene costituita la FARGIL s.r.l., le cui quote sono di proprietà di Santo Lico. Il 21 gennaio del 2016 viene iscritto presso il registro delle imprese l'atto di scissione asimmetrica, redatto il dieci dicembre 2015 (in esecuzione della delibera dell'assemblea dei soci del 2ottobre 2015), con il quale, fra l'altro, la società Ligeam di Michelino Lico cede alla FARGIL s.r.l. 17.900 quote della IA.M. (pari al 89,5% del totale), e Santo Lico cede a sua volta a Michelino Lico le quote della LIGEAM di sua proprietà. In conseguenza di tale operazione- scrivono gli inquirenti- il capitale sociale della IAM non è più detenuto dalla società LIGEAM il cui amministratore unico è Michelino Lico e fra i cui azionisti non figura più Santo Lico; il capitale sociale della IAM risulta essere detenuto per 89,5% da FARGIL SRL, il cui socio unico è Santo Lico, e non risulta più riconducibile alla LIGEAM di Michelino Lico. Ricoprendo viceversa il predetto Michelino Lico il ruolo di dominus sostanziale dell'impresa impartendo a partire dal 26 maggio del 2016 all'amministratore Mallamaci direttive per superare la crisi derivante da alcuni procedimenti penali che hanno coinvolto la società Iam, rendendosi disponibile a cedere la propria quota in Iam dietro corresponsione di adeguata somma di denaro; costituendo il punto di riferimento per Rosa Bertucci, circa le strategie imprenditoriali da porre in essere per fronteggiare la diminuzione dei conferimenti di percolato,interloquendo anche personalmente con gli altri imprenditori del settore; partecipando ad un incontro a Maierato il 30 maggio 2016 con Giuseppe Fragomeni e Domenico Malalmaci avente ad oggetto la divergenza di quest'ultimo circa la linea imprenditoriale decisa dallo stesso Michelino Lico, prendendo personalmente in mano la gestione della società dopo le dimissioni di Mallamaci, venendo più in generale concordemente considerato il reale «padrone» della società dai componenti del Consiglio di amministrazione Francesco Giugno e Domenico Arcudi, da Giuseppe Fragomeni presidente del consiglio dì amministrazione e da Mallamaci nel periodo in cui è stato amministratore delegato".


I primi elementi investigativi si acquisiscono nel momento in cui viene convocato il consiglio di amministrazione della Iam spa nel corso del quale viene illustrato il passaggio di testimone della proprietà della I.A.M. s.p.a. tra la LIGEAM s.r.l. e la FARGIL s.r.l. Durante questo incontro "Domenico Mallaci- scrive il gip- Domenico Mallamaci, alla presenza di altri soggetti facenti parte del Cda, si dimostra concorde esecutore della linea adottata dalla proprietà, ed in tale senso cerca di orientare gli altri componenti dell'organo amministrativo della società. Operazione peraltro non particolarmente difficoltosa, dal momento che buona parte dei componenti di detto organo sono non solo in stretti rapporti con Lico, ma rivestono cariche in altre società del medesimo gruppo(...). Al termine del Consiglio di amministrazione, durante il quale si è deciso di convocare l'assemblea per il 22 dicembre 2015 per le ore 10.00, tutti soggetti presenti escono dall'ufficio, ad eccezione di Domenico Mallamaci e di Cristian Guerrisi, componente del Cda, i quali si intrattengono a dialogare privatamente circa la natura del nuovo assetto societario della Iam spa. Guerrisi manifesta di non aver capito esattamente il significato di tale passaggio azionario :«ma in forma pratica...io più o meno non ho capito che non il momento, no?...ha cambiato insomma società? Che è successo?», a quel punto Mallamaci interviene in maniera diretta ed assolutamente esplicita riferendo del passaggio societario tra Michelino Lico ed il figlio Santo «si, si è vendu..in pratica gli ha girato le quote al figlio...era proprietario il padre e glielo ha dato a suo figlio e basta».

Tante sono le intercettazione in cui gli indagati manifestano perplessità nelle scelte compiute dalla famiglia Lico. Parole, quelle captate dai Carabinieri, che poi hanno permesso di costruire le accuse all'attuale presidente della Camera di Commercio di Vibo. Il gip Tarzia, analizzato un altro dialogo, uno fra i tanti intercettati dall'Arma, è lapidario: "tutti gli interlocutori appaiono pienamente consapevoli delle reali motivazioni e dai pericoli incombenti sulle società di Michelino Lico. È sempre il dottor Giugno Francesco a rappresentare le reali motivazioni che hanno portato Michelino Lico a fare questa scissione societaria in luogo di una diretta donazione al figlio Santo, poiché elevato sarebbe stato il rischio che avrebbe corso in caso di eventuali attenzioni investigative. Come già emerso dalle precedenti conversazioni intercettate, anche in questo caso si rileva l'assunto derivante dalla necessita di trasferire nel comune di Roma le sedi legali delle società riconducibili a Michelino Lico, per le evidenti finalità di sottrazione ai rigori della normativa antimafia".


Lo stratagemma però è durato poco. Adesso la Fargil, e prima la Iam, è finita sotto sequestro. Tutto è al vaglio della Dda e dei giudici reggini. Lo scenario che ha però aperto l'inchiesta "Metauros", sul fronte dei collegamenti criminali- tra Piana di Gioia Tauro e i vibonese- prospetta dei nuovi sviluppi. Sviluppi che che sembrano andare ben oltre gli atti fin'ora noti di questa inchiesta.