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Il pranzo della domenica

ilpranzodelladomenicadi Nino Mallamaci* - Per me, il pranzo della domenica è durato dall'inizio del '74 fino al '95. Prima, non me ne ricordo. Dopo, ha perso quasi per intero la sua sacralità di rito familiare. Mancava il capo, che in effetti anche prima spesso era fuori anche la domenica. Ma dopo che mio padre ci lasciò, o quando stava già male ed era costretto a letto, in sua assenza, e seppure lui spiccicasse due o tre parole al massimo in ogni occasione del genere, cominciarono le prime defezioni. Lui era, evidentemente, meglio della malta romana, le cui proprietà di collante hanno contribuito a conservare intatte per migliaia di anni le opere realizzate per espandere l'Impero o per accrescere la grandiosità della città eterna.

Tutto cominciò con l'arrivo in casa del primo cognato. Mia sorella, la più grande, aveva 19 anni e studiava già medicina quando, un pomeriggio, arrivò dalla città a bordo di una 128 sport di colore verde condotta da un occhialuto medico dalla parlata tipicamente reggina. Io e mio fratello mediano fummo impressionati soprattutto dalla sua risata e dalle macchinine che ci portava ogni volta. Ci trovammo bene. Qualche volta ci faceva addirittura guidare la 128 sport – eravamo poco più che bambini – che col suo motore 1300 di cilindrata schizzava via, alla partenza, come le monoposto della formula uno della quale lui era un appassionato. Delle partenze, voglio dire. Perché subito dopo approfittava del girare soporifero nella pista per addormentarsi alla grossa, e si svegliava, quasi avesse un meccanismo interno perfettamente sincronizzato, quando il gran premio si stava per concludere. Noi lo sfottevamo: Carmine, ti è piaciuto il gran premio? Bellissimo, rispondeva, e tutti noi Mallamaci sghignazzavamo sapendo che, su due ore, era stato sveglio per 5 – 10 minuti al massimo. D'altra parte, il pranzo luculliano di mia madre, e la poltrona sulla quale si accomodava a distanza di un metro dal televisore, conciliavano il sonno. In più, lui aveva inaugurato un'abitudine in precedenza sconosciuta, quella di annaffiare con un buon rosso le vettovaglie. Vino rosso che lui stesso portava, giacché il vino della nostra vigna di località Attendi era spesso misteriosamente pessimo. Quello che arrivava a noi, perché quello che rimaneva al colono era (ed è) notoriamente ottimo, come tutto il prodotto dell'uva di quella contrada. Ogni anno provavamo a cambiare botti, collocazione, a imbottigliarlo, ma l'esito finale non variava: avevamo un eccellente aceto, ma vino niente. Oltre al vino, con mia sorella e mio cognato arrivavano dolci in abbondanza, ai quali veniva prestato un legittimo riconoscimento. Mia madre, per preparare tutto il ben di dio che portava a tavola, non si piazzava in cucina dalle 8 senza muoversi. Era velocissima, e le era sufficiente qualche ora. Era, come si direbbe oggi, multitasking. Mentre cucinava, badava a tutta la numerosa famiglia, spolverava, spazzava, lavava a terra, lavava panni o stirava. E urlava. Lei e altre 2 vicine – commari componevano il triangolo delle Bermuda delle urla. D'altra parte, se penso a tutto ciò che riusciva a fare da sola o con l'aiuto recalcitrante della mia sorella mediana e stressante della più piccola (terza in ordine di apparizione sulla crosta terrestre su sei) era abbastanza logico che fosse leggermente nervosa. Diciamo pure che aveva una predisposizione all'acuto, che metteva in mostra anche gorgheggiando canzoni di altri tempi con voce da soprano. Vola colomba bianca volaaaaaaaaaaaa... mamma son tanto feliceeeeeeeeeeeeeeeee... mamma tu compri soltanto profumi pereteeeeeeeeeeeeeeeeeee... e via di questo passo. Molte volte, quando scoppiavano tafferugli tra noi figli, di solito tra me e il mezzano o tra mia sorella la piccola, da una parte, e noi, dall'altra, lei attribuiva i tristi accadimenti alla sua precedente voglia di cantare: U sapiva chi succidiva carcosa!

Comunque, per tornare al pranzo della domenica. Quando cominciava a preparare un piatto, e il risultato le piaceva (tutto era sempre buonissimo, d'altra parte), lo riproponeva ogni santa domenica per mesi. Come le ere geologiche, casa mia ha attraversato l'era dell'arrosto di lacerto (è italiano? non lo so ma mi piace chiamarlo così: "Ninebrunu, andate a comprare un chilo di lacerto, che è sabato e c'è un sacco di gente alla macelleria"). L'era dei cannelloni. Quella dell'insalata russa, delle cotolette alla palermitana, degli involtini, delle braciole, della caponata, delle cotolette, delle polpette, della salsiccia, questa per anni e anni, e via così all'infinito. Ma non un piatto alla volta, quando mai? Il minimo era un primo sostanzioso – mmh, i cannelloni, il mio record è stato di undici – e poi cotolette, arrosto, caponata di melanzane, patate fritte (l'unico punto debole, tagliate troppo grosse e un po' crude), costolette di maiale, salsiccia. Mia madre ha contribuito all'inquinamento da allevamento in una misura pari al 10 % di quello globale, e all'arricchimento dei macellai nella stessa percentuale. A un certo punto, quando aveva preparato tre o quattro tra secondi e contorni in quantità tale da sfamare una legione romana, la vedevi che armeggiava ancora in cucina per fare altro, perché "sinnò chi 'nci dugnu i mangiari?". Nell'elenco non ho infilato le polpette, giacché, come le patatine fritte d'altro canto, meritano un discorso a parte. Mia madre era solita, come ho già detto, cucinare mentre si occupava di 10 altre cose, tra l'altro preparare il caffè ogni due minuti per lei e chiunque si svegliasse o arrivasse da fuori. Lasciava spesso sguarnita la cucina, e questa veniva fatta bersaglio di incursioni rapide e abilissime per mangiare le polpette o intingere il pane nel sugo. Se ci coglieva in flagrante, o si accorgeva del misfatto per la sua evidenza – di dieci polpette ne ritrovava due o vedeva molliche nel sugo – i suoi acuti facevano invidia a Maria Callas. "Non ne rimangono se ve le mangiate tutte! Uscite dalla cucina!" A noi non ce ne fregava niente. Eravamo seguaci della "Dottrina zia Antonietta", che prevedeva scientemente di acchiappare le polpette e mangiarle mentre si aspettava il pranzo. Mia madre niente! Fino a pochi anni fa, ha sempre lottato - una lotta impari, in verità - contro gli assalitori delle polpette.

Comunque, il numero e la quantità delle singole portate erano tali che per due o tre giorni consumavamo i resti della domenica. Oppure, più in là, quando ognuno man mano prendeva la propria strada, si preparavano "i plichi" – così li chiamava mio fratello il menzano – da portarsi a casa.

Il rito andava avanti, e via via si aggiungevano al desco mariti, mogli, nipoti, qualche volta cugini e cugine perché "comu cucina a zzia Checchina!", e un amico del fratello piccolo che in pratica era diventato ospite fisso.

Mio padre, ovviamente assiso a capo tavola, mangiava seguendo i dibattiti spesso accesi, sorridendo e meno spesso ridendo alle uscite di mia madre. Raramente intervenendo se non per sedare qualche principio di rissa, solo verbale per fortuna.

Altra caratteristica del pranzo domenicale a casa mia era quella dell'orario d'inizio, e anche con questo particolare si spiega l'assalto preventivo alla cucina. La forchetta – mai termine fu più appropriato - era compresa tra le 2 e mezza e le tre e mezza, orario che si poneva in conflitto, nel primo periodo, con il Gran premio - pennichella di mio cognato.

Per più di due decenni, insomma, il pranzo domenicale è stato un caposaldo della famiglia Benedetto Mallamaci. Il patriarca, d'altronde, nei giorni feriali non pranzava mai a casa, quindi quella era l'unica occasione per averlo sia pur silente partecipante alla vita della famiglia.

Dopo la sua malattia e la sua prematura scomparsa, niente è stato più lo stesso. Sì, si sono registrati volenterosi tentativi da parte di mia madre, delle mie sorelle. Ma, evidentemente, come ho già scritto, quel padre silenzioso rappresentava molto di più del commensale più importante. Col tempo, abbiamo avuto bisogno di stanze sempre più piccole, di tavoli sempre meno lunghi. Oggi, domenica delle palme, con la tragedia della separazione che ci attanaglia tutti, mi piacerebbe addormentarmi e ritrovarmi in mezzo a quel casino che a Fabio, l'amico di mio fratello, piaceva così tanto. Per lui era come un cinema, diceva. Oggi, invece, non posso ordinare a me stesso di dormire e sognare. Andrò in cucina, e una pentola per la pasta e una passata di pomodoro pronta affolleranno, si fa per dire, il pano di cottura. Niente polpette da rubare, niente urla, niente casino. E la tavola, non sarà altro che un vassoio appoggiato sulle gambe.

*Avvocato e scrittore