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Il ri(s)catto del lavoro

lavoro ricattodi Nino Mallamaci* - Correva l'anno 1886 quando Filippo Turati scrisse l'Inno dei lavoratori. Le prime tre strofe facevano:
"Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell'avvenir.
Nelle pene e nell'insulto
ci stringemmo in mutuo patto,
la gran causa del riscatto
niun di noi vorrà tradir.
Il riscatto del lavoro
dei suoi figli opra sarà:
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà".


A queste parole, cantante in coro e accompagnate da una musica adeguatamente solenne, sono legati i miei ricordi di bambino e adolescente, quando l'Inno apriva e chiudeva i comizi di mio padre. Ma non è solo la nostalgia a determinare il mio attaccamento a questo canto. Esso è importante perché descrive bene ciò che ha sempre caratterizzato il movimento socialista, la sua idea centrale: il lavoro come strumento di emancipazione e di realizzazione dell'Uomo, di conquista della libertà dal bisogno, in assenza della quale essa è un guscio vuoto, un fatto formale. Non è un caso che la nostra Carta, frutto dell'incontro tra le culture socialista - comunista e cattolico – solidarista, ne faccia il fulcro attorno al quale ruotano tutti gli altri diritti riconosciuti in molti casi, è bene ribadirlo in questi tempi bui, non solo ai cittadini ma all'Umanità intera.
L'altra faccia della medaglia, rispetto al riscatto dell'Uomo che si compie grazie al lavoro e alla libertà a tutto tondo che ne consegue, è il ricatto del lavoro. Di quale e quanta libertà può essere titolare un uomo succube di questo ricatto? Quando egli, pur di lavorare, è costretto a subire condizioni di vero e proprio sfruttamento, a operare sotto la mannaia del licenziamento, di quanto si riducono i suoi spazi di autonomia, cosa ne è della sua dignità? Questo non è un tema anacronistico o un argomento da convegni o dibattiti accademici. Esso tocca la carne viva delle donne e degli uomini in ogni parte del Globo, anche nel nostro civilissimo e avanzato Paese, e specialmente dalle nostre parti. Vi sono migliaia di lavoratori costretti, dal bisogno, a sottostare al ricatto di un lavoro sottopagato, senza diritti, senza ferie, dai ritmi disumani, coi giorni di malattia non remunerati. Qualche sera addietro mi sono imbattuto in uno di questi nostri concittadini, in piedi dietro il bancone di un bar. Mi meravigliavo che quello fosse l'unico aperto nella zona sud della città, il 16 agosto alle nove di sera. Il motivo? Neanche un giorno di riposo, nemmeno a ferragosto. E le commesse dei negozi? A quanto ammontano le paghe reali di quelle registrate, rispetto a quanto inserito in busta paga? E quante sono le ore di lavoro in una giornata? Per non parlare delle tante realtà nella sanità privata, nella comunicazione, nella grande distribuzione, dove lo sfruttamento è la regola e non l'eccezione.

E' tragi-comico sentire parlare di aziende, da parte di proprietari che girano con macchine di lusso e col rolex al polso. L'azienda è una cosa seria, la cui attività si basa sull'utilizzo remunerato dei fattori di produzione, non sul semi schiavismo. E' di queste brutture che ci si deve occupare, non delle armi di distrazione di massa. E i lavoratori devono fare fronte comune, non cadere nella trappola dei sovranismi, della guerra tra poveri a tutto vantaggio dei ricchi che li sfruttano senza badare, in questo caso, alla loro provenienza, alla loro fede, al colore della pelle. Sono anche questi i temi dei quali la politica, quella che, troppo spesso solo in teoria, sta dalla parte dei deboli, si deve occupare. Il fine ultimo del movimento progressista, socialista, è sempre stato quello della liberazione dell'Uomo attraverso il lavoro. Nulla è cambiato, da questo punto di vista, dalla sua nascita dopo la prima rivoluzione industriale. E anche prima, con altri nomi e sotto diverse bandiere, l'Uomo Illuminato ha sempre avuto il medesimo obiettivo. Oggi, al di là della tattica, c'è la necessità, si impone l'imperativo categorico di stare dalla parte del debole, del povero, del malato, dell'Ultimo. Chi ancora anela a una società più giusta si deve battere per la creazione di una Internazionale dei diritti umani, capace di tutelare tutti e ognuno attraverso il lavoro libero e dignitoso.

*Avvocato e scrittore