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A non più rivederti, 2018

migranti uomosedutodi Nino Mallamaci* - Una vera schifezza, quest'anno. Prima se ne va, meglio è. Ecco: lo voglio dire così, senza mezze frasi, senza indorare la pillola. Che non è amara, ma amarissima. Cominciato male, con mia madre che nella notte di capodanno se ne va di casa su un'ambulanza e sta un mese in equilibrio tra la vita e la morte. Ma ... se ci penso bene ... sì, questa è una prima crepa nel muro delle cose brutte del 2018. Mia madre. Ne esce, con una forza e una tenacia inimmaginabili, facendo progressi giorno dopo giorno, esercizio dopo esercizio, grazie pure a un fisioterapista eccezionale per bravura ed umanità. E torna mamma, per me. Da coccolare tenendole le mani tra le mie, parlandole con dolcezza inusitata, assecondandola quando la sua mente già brillante, che sapeva "di greco e di latino", si avventura in ragionamenti, come dire, perigliosi. Penso se non avesse superato quella fase: mi sarei perso questo lungo periodo di tenerezza impagabile.
Tuttavia, la mamma è sempre la mamma, ma non è tutto.
C'è il lavoro. Già, si vive per lavorare, o si lavora per vivere? Non si può scegliere tra queste alternative. Si lavora per vivere, per procurarsi i mezzi per condurre un'esistenza "libera e dignitosa". Ma senza lavoro, cosa ne sarebbe della dignità dell'uomo? E allora esso diventa una parte fondamentale del tutto. E se non hai le soddisfazioni che ritieni di meritare, dopo aver sacrificato anni sui libri, dopo esserti impegnato allo spasimo per dare quello che legittimamente i tuoi simili si aspettano da te. Se vedi il merito calpestato, deriso, vituperato, in un sistema che premia la parolina all'orecchio, dove chi era dietro di te ti supera in un lampo non perché è più veloce, che sarebbe normale e giusto. Se accade tutto questo, hai voglia a tentare di ascoltare chi ti invita a fregartene, sbattertene se le cose vanno male "tanto a fine mese lo stipendio te lo danno lo stesso". Non c'è verso: non ci riesci, non ci puoi riuscire. Non è così che sei cresciuto, non è questo l'insegnamento che hai ricevuto con l'esempio più che con i sermoni. E ti avviluppa lo scoramento, ti assale la rabbia. Un senso di impotenza al quale fai fronte con tutta la forza che hai dentro, e che è tanta. Ma fino a quando? Fino a che punto?

E poi c'è il mondo esterno. La sofferenza con la quale fai i conti ogni istante, che ti si para innanzi agli occhi e tu, per come sei fatto, invece di distoglierlo, lo sguardo, glielo punti addosso. E quella ti entra dentro e ti incasina l'anima.
Penso a voi, poveri esseri umani trattati senza umanità. Penso a voi, adagiati in fondo al mare come gli scarti della (in)civiltà dei consumi: un copertone scassato, una vecchia ancora arrugginita, e accanto ad essi un Karim - Generoso in arabo - una Amal – che in arabo, pensate un po', significa speranza. Penso a tutti gli altri ammassati su navi in attesa davanti a porti chiusi, a barriere alzate in fretta e furia dalla malvagità di altri uomini come loro, solo un po' più chiari e molto più malvagi. A quelli scaricati in strada al freddo e al buio.
Penso a te, Mimmo. E la mia mente va in corto circuito, riflettendo sulla immoralità di quanto accade. Chi aiuta viene perseguito e perseguitato, fatto prigioniero, esiliato. Chi persegue e perseguita, chi fa prigionieri, chi manda in esilio, chi chiude i porti e il cuore viene osannato e sale sempre più su, addentando pane e nutella, verso picchi sempre più alti di potere e di cattiveria.
E poi, alla fine, c'è il mondo non intorno, non prossimo, ma dentro di te. Il tuo stesso sangue e i tuoi stessi occhi. Occhi che non ti guardano, parole e sorrisi e baci e carezze che ti mancano come ti avessero amputato un braccio, una gamba. Come ti avessero strappato via il cuore dal petto. Ed è dura urlare mentre ridi, dispensare auguri col buio di una notte senza stelle che ti pervade dappertutto e ti schianta, letteralmente. Una paura ancestrale, atavica, senza rimedio. Un'orchestra di strumenti muti, un coro senza voci.
Addio, 2018. Il tuo viaggio termina qui. E termina, per fortuna, con una nuova vita che s'affaccia sui visi gioiosi di un uomo e di una donna che l'hanno tenacemente voluta. Che questo embrione di vita rappresenti un ponte lanciato dal vecchio al nuovo anno, un ponte che non crolla, e un porto che si apre al domani.

*avvocato e scrittore