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Navi dei veleni: l'impegno di Giordano

giordanobruno 500di Matteo Cosenza - La morte del procuratore capo della Repubblica di Vibo Valentia, Bruno Giordano, mi ha fatto ripensare a un nostro incontro di quasi dieci anni fa. Nel settembre 2009 andai a trovarlo alla Procura di Paola di cui era il capo, accompagnato da Paolo Orofino, il corrispondente del "Quotidiano della Calabria" che martellava in continuazione sullo spiaggiamento della Jolly Rosso avvenuto in località Formiciche a Amantea il 14 dicembre 1990. La nave dei veleni. Trasportava rifiuti tossici e su quell'arenile calabrese nottetempo furono denunciati movimenti sospetti di scarico di bidoni presumibilmente carichi di rifiuti tossici e radioattivi. La morte misteriosa, nel dicembre 1995, del capitano della Marina militare Natale Di Grazia che indagava sulle navi che avevano trattato il mare delle coste calabre come una comoda pattumiera di veleni e che sembrava prossimo a scoprire la verità, ricordava a tutti la natura e la delicatezza della materia. Inoltre la rivelazione di un pentito di 'ndrangheta, Francesco Fonti, secondo cui almeno trenta navi erano state affondate al largo delle coste calabresi con i loro carichi avvelenati e una di queste, il "Cunski, era stata mandata giù davanti a Cetraro, aveva suscitato un allarme diffuso tra la popolazione e un'inchiesta della procura di Paola. A questa collaborò Silvio Greco, non solo come assessore regionale al mare di recente nominato dal governatore Loiero ma soprattutto in qualità di scienziato del mare riconosciuto tale a livello nazionale e internazionale. Mentre sul campo più squisitamente politico erano attivamente impegnati il Comitato De Grazia e Legambiente.


Il mio giornale avviò una campagna per accertare la verità e svelare i segreti che si nascondevano sotto il mare. Soprattutto divenne prioritario sapere se davvero ci fosse una nave affondata davanti a Cetraro. Predisponemmo il testo di una petizione al Governo nazionale affinché venisse avviata un'indagine per verificare se, quando e dove fosse nascosto il relitto di cui aveva parlato Fonti. Prima di lanciarla sul giornale ci fu l'incontro con il procuratore Giordano. Magistrato coraggioso, molto determinato. Mi informò, nei limiti che la sua funzione imponeva, che l'inchiesta era in corso e fondata. La chiacchierata servì a lanciare la petizione, che suscitò grande attenzione e adesioni clamorose fino ad un numero di trentacinquemila firme. Intanto dalla collaborazione tra il procuratore Giordano e l'assessore Greco scaturì l'iniziativa di un sopralluogo sui fondali. E fu grande la sorpresa quando in una domenica pomeriggio Greco mi mandò le foto di un relitto in fondo al mare di Cetraro che pubblicammo il giorno dopo.


Si arrivò così alla manifestazione di Amantea del 24 ottobre 2009. Ventimila persone che protestarono contro le ecomafie e chiesero allo Stato di accertare la verità su Cetraro e su tutto il mare che bagna la Calabria. In quell'occasione fu scoperto il monumento al capitano de Grazia che dal lungomare guarda le acque su cui aveva indagato e per il quale aveva sacrificato la vita. Alla fine il governo si mosse – il ministro era la Prestigiacomo – e affidò a una società privata il compito di fare le ricerche. Poi in pompa magna fu comunicato che il relitto era quello di una nave da guerra e si pensò di mettere una pietra tombale sulla vicenda. Il ministro non volle riceverci per la consegna della petizione e delle firme, che portammo alla Presidenza della Repubblica.


Giordano, e non solo lui, non ha mai creduto a quei risultati e lo raccontò alla commissione d'inchiesta parlamentare. Una testimonianza ritornata di attualità un anno fa quando sono stati resi noti dall'Arpa Calabria gli allarmanti esami sui livelli di radioattività sulle spiagge della costa ionica. Dal marzo scorso il procuratore aveva lasciato Paola e era andato a guidare la Procura di Vibo Valentia. La morte, che lo ha colpito all'età di sessantasei anni, porta con sé molte domande senza risposta. Rileggendo la copiosa pubblicistica, gli articoli di Orofino, di Riccardo Bocca dell'Espresso, i libri di Beppe Baldessarro e Massimo Clausi, per citarne solo alcuni, è troppo forte e inquietante la sensazione che sotto il mare di un paradiso ambientale come la Calabria sia celata una verità che in tanti temono possa venire scoperta.