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'Ndrangheta (forse) no. Inadeguatezza (certamente) sì

IMG-20180907-WA0002-800x450di Claudio Cordova - Se prima di decidere infaustamente (per se stesso e per la città) di fare il sindaco, Giuseppe Falcomatà avesse fatto per un po' di tempo l'avvocato, oggi saprebbe che dei suoi (presunti) rapporti con persone della famiglia Libri non è il cronista (nella fattispecie Il Fatto Quotidiano) a parlare, facendo – come è stato sostanzialmente detto – "giornalismo a orologeria" per via delle elezioni del prossimo anno, ma un rapporto dei carabinieri, che sarebbe potuto divenire pubblico dieci giorni fa, tra un mese, tra sei mesi o dopo le tanto care comunali.

Quell'informativa del Ros, contenuta nell'inchiesta "Theorema", incrina (ulteriormente) la figura di homo novus, che nel 2014 ha convinto i reggini ad accordare la fiducia all'attuale sindaco di Reggio Calabria.

Non tanto o, meglio, non solo per quel velo torbido che avvolge questo tipo di interlocuzioni, anche se, al momento, la Dda di Reggio Calabria non ha inteso inscrivere nel registro degli indagati il giovane sindaco per i rapporti con Serafina Libri e Demetrio Nicolò, della storica famiglia di 'ndrangheta. Quanto (e soprattutto) perché l'articolo del "Fatto Quotidiano" riporta a logiche che la città vive da anni e che, invece, dovrebbe superare al più presto.

Nei mesi dello scioglimento del consiglio comunale per 'ndrangheta, l'allora governatore Giuseppe Scopelliti sollevò problemi – comici, ma purtroppo veritieri – sul fatto che, con l'avvento dei commissari, l'anonimo "cittadino di Ortì" non avrebbe avuto a chi rivolgersi in caso di disservizi idrici.
E il problema è esattamente questo.

Non esistendo (o funzionando malissimo) uffici appositi per reclami o per segnalare disfunzioni e guasti, al reggino non resta che affidarsi alla politica, che avrebbe ben altre funzioni rispetto a quelle di segnalare, intervenire, supervisionare sugli interventi di ripristino dei servizi. E, invece, giusto per fare un esempio, è facile vedere il consigliere delegato alle problematiche idriche, monitorare, di volta in volta, le azioni di adeguamento o riparazione nelle più svariate zone della città.

Un po' come i vecchietti che – ormai pensionati – osservano i cantieri e magari danno anche "preziosi" suggerimenti agli operai.

Non è questa la politica di prossimità, la politica che è vicina alla gente. E', semmai, una devianza che – potenzialmente – può alimentare pericolosi percorsi clientelari. In primis perché, giocoforza, potrebbero essere facilitati i cittadini che conoscono questo o quel consigliere (in pieno stile "Modello Reggio"), in secondo luogo perché dietro al concreto interessamento del politico di turno, potrebbero celarsi beceri interessi elettorali, da far rivalere in caso di candidatura, con il nucleo familiare cui è stato risolto il problema idrico, cui è stata aggiustata la strada per raggiungere casa o rimossa la spazzatura vicino al portone del proprio condominio.

Per "difendersi" dall'infamante ombra di vicinanza con ambienti di 'ndrangheta, Falcomatà sacrifica un po' della residua credibilità, sostenendo come si sia interessato doverosamente in prima persona del ripristino dell'illuminazione in una zona in cui sorgeva la gelateria dei coniugi Nicolò-Libri. Non è però normale che Serafina Libri e Demetrio Nicolò (al netto della parentela con la cosca di 'ndrangheta) possano usare un (presunto) canale con il sindaco per vedere aggiustata una lampadina. Non è normale, come invece Falcomatà vorrebbe far passare, percorrere la scopellitiana via che conoscendo la persona giusta tutto sia consentito o, comunque, più facile.

Ma la vicenda "lampadina", porta a un punto ugualmente importante e ancor più inquietante.
Nel proprio post su Facebook, Falcomatà, ancora una volta come attenuante, afferma di aver appreso "oggi" della parentela di Nicolò con il boss Pasquale Libri. Il che va aggiunto al fatto che non avrebbe evidentemente saputo chi fosse l'avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo, cui, come è noto, ha aperto le porte di Palazzo San Giorgio per alcuni incontri strategici, così come non sapeva (fu questa la spiegazione data al tempo alle inchieste del Dispaccio) di aver chiesto – in maniera precisa e diretta – lo spostamento dal Comune di Melito Porto Salvo della nuora dell'avvocato Giorgio De Stefano.

Va concesso il beneficio del dubbio a Falcomatà. Il messaggio inviato al genero del boss Libri sembra essere, onor del vero, un messaggio "copia-incolla" inviato ai tanti che si saranno congratulati per la vittoria elettorale. Così come la questione relativa alla "Luna Ribelle", che sarebbe stata "offerta" dal sindaco ai coniugi Nicolò-Libri potrebbe essere una delle millanterie tipiche della 'ndrangheta.

Ma non essere in grado di "vedere" il volto – talvolta pulito – dietro cui possa celarsi la criminalità organizzata, costituisce un fattore molto grave per chi amministra una città complessa come Reggio Calabria e che si ripropone di farlo. Non riconoscere le vere mire di Paolo Romeo, considerato a capo della cupola massonica della 'ndrangheta, non sapere che, con un atto amministrativo si può indirettamente favorire la mente della cosca De Stefano o, da ultimo, non essere a conoscenza di particolari rilevanti su soggetti con cui si interloquisce telefonicamente, è qualcosa di molto rischioso.

Falcomatà dimostra di non sapere troppe cose. E se l'ignoranza non è mai un pregio, ancor meno lo è in una città come Reggio Calabria, dove bisognerebbe avere sempre le antenne ben tese, essere capaci di fiutare trappole e situazioni sconvenienti. Una città in cui dover alzare barriere altissime e il più possibili insormontabili contro la 'ndrangheta e dire "no", anche pesanti, alla componente massonica, sempre in agguato per infiltrarsi nella Cosa Pubblica.

Noi continuiamo a sognare una città in cui chi amministra sappia alzare quelle barriere e dire quei "no".