Firme
 

Firmiamo tutti contro la ‘ndrangheta. Ogni giorno

minnitimarcoreggio1812di Claudio Cordova - Comprensibile che non piaccia la firma del ministro Marco Minniti e che non piacciano le firme di molti tra quelli che si sono affrettati a sottoscrivere il registro di "Cittadinanza consapevole" contro la 'ndrangheta promosso dall'avvocato Giovanna Cusumano e dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Molti, tra quelli che hanno firmato e che firmeranno, meriterebbero piuttosto di avere l'obbligo di firma in Questura. Al pari di tanti che contestano l'iniziativa, il cui unico sfogo sembrano essere rimasti i social network.

Attaccare strumentalmente l'iniziativa significa stare dalla parte della 'ndrangheta (e alcuni sono ormai abituati). Criticare i (diversi) punti che lasciano perplessi è altra cosa.

L'idea, sebbene interessante sotto il profilo simbolico, ha il grave difetto di apparire al momento totalmente sganciata dalla vita reale, chiusa, ancora una volta, nei palazzi del potere. Chi la 'ndrangheta la subisce e la combatte ogni giorno, chi "firma" ogni giorno contro la 'ndrangheta, non solo sa bene che le cosche vanno combattute dal basso e non dai piani alti della società, ma difficilmente potrà aver apprezzato la sfilata di uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur, più concentrati nel venir bene in camera, che non per le nobili finalità immaginate dall'avvocato Cusumano. E la firma di Minniti (in campagna elettorale), più che una "pubblicità progresso" (oltre che a se stesso) per l'iniziativa somiglia, se non a un deterrente, almeno a un disincentivo per le persone "normalI" indecise se firmare o meno. E' un messaggio pericoloso, che la "firma" contro la 'ndrangheta divenga una delega, totale, a soggetti istituzionali e "potenti" in generale. Perché, se è vero che il registro può essere firmato in Prefettura da chiunque, è anche vero che le iniziative fin qui svolte hanno avuto un sapore di chiusura che il cittadino, ormai, digerisce mal volentieri. Soprattutto se, nella vita quotidiana, si trova invece immerso nelle logiche 'ndranghetiste e nella mafiosità (anche istituzionali) e da esse spesso schiacciato.

Per non disperdere, ora, le buone intenzioni, serve qualcosa di diverso.

Non sono utili, ma, anzi, infastidiscono, le sfilate di ministri, prefetti, sindaci, procuratori. Non sono utili perché, tra queste figure, quasi tutti conoscono bene coloro (tanti) che lottano ogni giorno contro la 'ndrangheta e, parimenti, coloro (altrettanti, purtroppo) che, trincerandosi dietro ruoli di grande importanza, sono i primi avamposti della 'ndrangheta nei palazzi del potere. Quasi tutti. Qualche impostore, comunque, riesce sempre a camuffarsi purtroppo.

E, comunque, non sarà certo una firma a confermare la virtù dei primi o a smacchiare il cattivo genio dei secondi.

E' stato "facile" per l'avvocato Cusumano "avvicinarsi" alle Istituzioni che – se sono sane – non hanno difficoltà ad aprirsi alle persone credibili. Il difficile arriva adesso: essere capaci di "allontanarsi" dalle stesse, dopo il supporto ricevuto. Non è facile perché il potere inebria. Ma è proprio così che si potrebbe mostrare ai (beceri) detrattori che non si tratta di una passerella, né di un ricollocamento politico, né di una volata di qualsiasi genere supportata dai "poteri forti".

L'iniziativa non sconfiggerà di certo le cosche, ma potrà avere il merito di aver lanciato un sasso nello stagno solo se sarà in grado di aprirsi alla società che soffre per via delle angherie della 'ndrangheta. Incontri che né nella locandina, né nei fatti devono dare spazio ai "saluti istituzionali" (che, a prescindere, sono un supplizio degno della Corazzata Potemkin fantozziana). Questo potrà comportare dei fallimenti. Iniziative non così partecipate. Ma ne sarà valsa la pena, se davvero è importante l'impegno antimafia.

Per avere la valenza immaginata con l'ideazione, il registro deve girare. Deve andare nei luoghi che trasudano mafiosità. Le periferie, i quartieri regno delle cosche più potenti della 'ndrangheta. Si vedrà, allora, chi ha voglia e coraggio di metterci la faccia, senza avere paura di dire i cognomi: De Stefano, Condello, Tegano, Libri, Labate, Piromalli, Pesce, Nirta, Pelle, ecc. ecc.

Come diceva una validissima realtà, alcuni anni orsono, per sconfiggere la 'ndrangheta "il primo passo è nominarla".

Se il registro restasse chiuso in Prefettura (o in altri palazzi del potere), tanta gente onesta, tante persone che lottano davvero contro la 'ndrangheta non penseranno nemmeno di aderire all'iniziativa. E sarebbe un peccato. Ondeggiare tra i "potenti" e, ugualmente, personalizzare l'iniziativa sarebbero errori che darebbero un ulteriore colpo ferale alle iniziative antimafia, già abbondantemente squalificate.

Il registro deve essere di tutti e per tutti.

Sandro Pertini diceva che le persone (e, soprattutto, i giovani) non hanno bisogno di discorsi, ma di esempi. E l'esempio non è di certo dato dal Marco Minniti di turno che, come Dio nella sua infinita bontà, scende in riva allo Stretto per firmare e fare un discorsetto. Né da incontri in cui le prime dieci fila hanno il tagliando "riservato" non si sa bene per quali alti papaveri.

L'intuizione c'è stata e non va sciupata percorrendo esclusivamente le vie istituzionali. Viceversa, viva il registro, se aiuta a firmare ogni giorno contro la 'ndrangheta.