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La vile lotta delle Istituzioni alle interdittive antimafia

reggioprefetturanuova 500di Claudio Cordova - C'è stato un tempo in cui il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, e il presidente dimissionario di Confindustria, Andrea Cuzzocrea, la pensavano allo stesso modo sulle interdittive antimafia. Erano i caldi mesi dell'estate 2016, quando il Consiglio Comunale (a dire il vero senza alcun formale competenza di legge e amministrativa sul punto) si esprimeva in maniera critica su quello che, da sempre, rappresenta uno strumento necessario e prezioso per arginare la presenza delle imprese mafiose sul territorio e la possibilità che le stesse hanno di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

In quel Consiglio Comunale dell'agosto 2016 veniva messa sulla graticola la norma delle interdittive, lo stesso sindaco Falcomatà parlava di "interdittive da caffè". Invettive, più o meno velate quelle pronunciate da più parti nell'aula del Civico Consesso, che in nome del politicamente corretto, venivano intervallate da stucchevoli incisi sulla bontà di tali azioni. Una sorta di "ma anche" di Veltroniana memoria, che però non cancellava la presa di posizione del Consiglio comunale nei confronti di uno degli strumenti cardine, a metà tra prevenzione e repressione, nella lotta alla criminalità organizzata. Sfilavano imprenditori, tra cui lo stesso Cuzzocrea: "Basta una frequentazione da parte dell'imprenditore con un soggetto "controindicato" perché scatti questa misura. È altrettanto paradossale che nel caso della misura drastica del sequestro venga garantita la continuità aziendale e la tutela dei posti di lavoro, mentre con l'interdittiva accade il contrario" diceva l'allora presidente di Confindustria.

C'è stato un tempo in cui Falcomatà e Cuzzocrea erano d'accordo. Non si sa bene se per caso o per interlocuzione: "Prendiamo atto con favore della presa di posizione del sindaco Giuseppe Falcomatà sul tema delle interdittive antimafia: uno strumento che si prefigge una finalità sacrosanta, cioè il contrasto alle infiltrazioni criminali nell'economia, ma che da tempo sosteniamo debba essere rivisto. Per anni abbiamo condotto una battaglia solitaria, è un bene che finalmente si sia attivato il Comune" diceva Cuzzocrea in quel mese d'agosto.

Ora Cuzzocrea è stato raggiunto da una interdittiva presso una delle sue aziende la AET Srl, già menzionata all'interno della relazione che ha portato, nel 2012, il Consiglio Comunale allo scioglimento per contiguità con la 'ndrangheta. Ha fatto bene a dimettersi da vertice degli Industriali reggini e non è questa la sede per discutere o meno della fondatezza del provvedimento della Prefettura di Reggio Calabria. Per quello c'è la giustizia amministrativa, che Cuzzocrea ha già annunciato di volere interpellare.

Ogni valutazione è sganciata dal caso specifico.

Ciò che preme, per il bene della città, è riflettere sullo strumento stesso delle interdittive antimafia. Fuori da logiche di fazioni belliche o di tifoseria da stadio. Con una forma di criminalità organizzata così pervasiva, così infiltrata nelle istituzioni e così capace di aggiudicarsi (spesso pilotandoli) gli appalti, le interdittive antimafia rappresentano uno strumento imprescindibile per dare ancora un senso a quanto affermato dalla nostra Costituzione su lavoro e libertà d'impresa.

E invece una parte della classe dirigente locale ha quasi parlato di colpo di Stato, alimentando la convinzione (purtroppo ormai accolta da ampie frange della popolazione) che siano le interdittive (e, in generale, l'azione dello Stato) a comportare la perdita di posti di lavoro.

La lotta che una parte delle istituzioni ha mosso, negli ultimi mesi, allo strumento delle interdittive è triste e vergognosa, perché sposta l'attenzione dal problema principale, che appena pochi giorni fa abbiamo denunciato da queste colonne: Reggio Calabria è una città ostaggio della 'ndrangheta, in primis sotto il profilo economico e lavorativo. E se la 'ndrangheta è riuscita a creare attorno a sé il consenso sociale di cui gode oggi è perché, in un luogo in cui il lavoro è spesso un miraggio, è riuscita a convincere la popolazione di essere l'unica entità, l'unica "azienda di servizi", in grado di dare "lavoro".

Poco importa se sia sottopagato, senza garanzie, senza contributi versati, con l'obbligo di restituire una parte di quanto inserito in busta paga. Qualcosa che non è lavoro, ma che, in un territorio come quello reggino, viene chiamato "lavoro" in termine convenzionale. E' stato offensivo parlare "interdittive da caffè", quando invece si tratta di provvedimenti amministrativi dietro i quali c'è un lavoro di ricerca, di analisi e, soprattutto, uno spirito di liberazione del territorio.

Non è questo il linguaggio che le istituzioni devono parlare. Altrimenti non si farà altro che alimentare la drammatica convinzione che denunciavamo alcuni giorni fa: l'idea che possa esserci economia solo se sopra, dietro, in mezzo, attorno, c'è la 'ndrangheta.

Non serve a nulla il clima da stadio tra i "pro" e i "contro" alle interdittive, che pure è forte nella nostra società. E non è un caso, giusto per restare sul triviale, che tra le interazioni su Facebook all'articolo riguardante Cuzzocrea pubblicato sulla pagina del Dispaccio, vi siano quelle, tra gli altri di Massimo Mucciola e Mario Scaramuzzino, imprenditori (il primo con l'omonima azienda, il secondo con l'Oasi) in passato colpiti da interdittiva antimafia.

Quello che Falcomatà, Cuzzocrea e, in generale, le istituzioni dovevano e devono fare è promuovere nuovi percorsi di lavoro legale, lontani dagli intrecci affaristici che sono emersi negli ultimi mesi e che emergeranno ulteriormente da qui in avanti. Tutelando i lavoratori onesti e le imprese oneste: spesso cancellati non da quello che vorrebbe essere propagandato come il volto maligno dello Stato, ma dal volto reale della 'ndrangheta. Se le imprese abbassano le saracinesche, non è per colpa dello Stato. Questo è un messaggio che le Istituzioni, in primis il sindaco, devono lanciare ai cittadini. Sono tante le imprese che negli anni sono state costrette a chiudere, a causa delle angherie e delle minacce della 'ndrangheta, magari per non aver pagato il pizzo o, più semplicemente e subdolamente, perché estranee al "sistema 'ndrangheta" e quindi deboli e indifese davanti a un mercato che è totalmente drogato dai clan.

Su questo devono operare le Istituzioni. Schierandosi al proprio posto, come un baluardo: che è tra la 'ndrangheta e i cittadini e lavoratori onesti. 

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