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Frutta, droga e ‘ndrangheta: il filo rosso del narcotraffico internazionale

inchiestaslovacchiabisdi Cecilia Anesi, Giulio Rubino, Pavla Holcova e Jan Kuciak - Il carbone è finito da tempo, e della frontiera non è rimasta che una vaga idea. Nelle verdi pianure intervallate da boschi nel nord-est del Belgio, lungo il confine con l'Olanda, le cittadine nate intorno alle miniere hanno cambiato faccia, e sono diventate rade distese di villette fra i campi. Dei tempi del Sillion Industrielle restano musei e sparsi ruderi industriali.

Una zona tranquilla, una provincia sonnacchiosa che il 27 agosto di tre anni fa si è svegliata bruscamente ad una realtà che non sospettava minimamente.

Quel giorno Silvio Aquino, figlio di emigranti calabresi in Belgio, e sua moglie Silvia Liskova, slovacca, avevano lasciato da poco il garage della villa di famiglia a Maasmechelen, cittadina di 40mila anime appoggiata al fiume Mosa. La loro auto sfreccia tra gli alberi, quando di colpo una jaguar nera gli taglia la strada. Scendono tre uomini armati di mitra. Silvio ha una pistola, e spara per primo. Riesce a ferire uno degli assalitori, ma i sicari sono in troppi. Muore crivellato di colpi, mentre la moglie Silvia viene lasciata vivere. E' una vera e propria esecuzione.

Inizia così la fine di una delle piu potenti famiglie di narcotrafficanti d'Europa. Quando Silvio viene ucciso dai sicari, la magistratura belga aveva già portato portato alla sbarra lui e due dei suoi fratelli, ma il processo era alle prime battute. Qualcuno aveva deciso che Silvio doveva tacere per sempre.

Quello del narcotrafficante è una vita in bilico, contesa tra il sopravvivere alle indagini di polizia e lo sfuggire agli avversari. Gli Aquino vivevano in bilico, avendo costruito un vero e proprio cartello per importare tonnellate e tonnellate di cocaina purissima.

Partenza, Colombia. Pit stop, porto di Anversa. Punto di scarico, Rotterdam. Nascosta in carichi di banane di Medellin.

Il processo ai fratelli Aquino - terminato a febbraio 2017 - è stato il più grande processo per narcotraffico della storia del Belgio, con 34 imputati e il sequestro di otto milioni di euro tra contanti, droga, automobili e armi.

Ma la difficoltà a collaborare tra magistrature di diversi paesi ha fatto sì che le ramificazioni internazionali del cartello siano rimaste intoccate e i personaggi che le compongono restano dei soprannomi senza volto.

Quando è stato assassinato il 21 febbraio scorso, il giornalista Jan Kuciak del giornale slovacco Aktuality faceva parte di una squadra internazionale di reporter che stavano ricostruendo le vicende attorno al cartello degli Aquino. A lui spettava capire in che modo questi narcos riciclavano nel suo paese, la Slovacchia.

Dopo la sua scomparsa, la squadra, coordinata dall'Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) e composta da giornalisti d'inchiesta di IRPI, Investigace e Heut Nieusblad, ha continuato a lavorare all'inchiesta, che Il Dispaccio pubblica per l'Italia.

Dalla Calabria alle Fiandre

I fratelli Aquino, omonimi ma non collegati al clan di 'Ndrangheta di Marina di Gioiosa Ionica, di italiano hanno poco più che il nome.

Cresciuti a Maasmechelen hanno costruito lì la loro vita e la loro e carriera criminale. Il padre emigra a metà anni sessanta, lasciandosi alle spalle il paesino d'origine: Torano Castello, un piccolo borgo arroccato nell'entroterra cosentino, in Calabria.

Gli Aquino non risultano affiliati ad alcun clan di 'Ndrangheta, ci spiega il magistrato Vincenzo Luberto che per la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro copre proprio la zona nord-ovest della Calabria. Non si può escludere, però, che abbiano mantenuto contatti. Infatti, negli anni sono stati osservati durante alcuni viaggi nei dintorni di Catanzaro mentre si incontravano con dei narcos della 'Ndrangheta di Reggio Calabria.

"Torano Castello è territorio della cosca degli Zingari", ci spiega Arcangelo Badolati, giornalista esperto di 'Ndrangheta cosentina. "Pur essendo vicino alla costa nord-ovest della Calabria controllata dal clan Muto, Torano è sotto l'egemonia della famiglia Abruzzese, anche nota come clan degli Zingari, l'ultimo clan ad essere stato affiliato alla 'Ndrangheta."

In odore di mafia o no, Silvio Aquino si è sempre dato da fare per emergere come criminale. "Io vengo dalla strada, ho rapito gente, l'ho fatto tutta la vita", si vanta senza sapere di essere intercettato.

Quando la polizia belga lo ascolta, è già pluripregiudicato. La prima condanna per narcotraffico arriva già nel 1998. La seconda nel 2004, questa volta in Olanda: per avere rapito un fornitore che gli aveva rifilato zucchero al posto di cocaina. La terza, dieci anni dopo di nuovo in Belgio, per l'export di 6.5 tonnellate di pillole di ecstasy verso l'Australia assieme a un broker della 'ndrangheta reggina.

Silvio, nel suo campo, era un lavoratore indefesso. Dagli interrogatori, emerge la figura di un uomo dedicato ad arricchire se stesso e la famiglia. E i sodali li comandava senza sforzo, incutendo il timore di chi nasce leader.

Suo fratello maggiore Raf si faceva chiamare "padrino", ma era Silvio il vero cervello della famiglia. Un cervello che funzionava bene anche grazie a una grande alleanza, quella con la moglie Silvia Liskova, che seguiva da vicino i dettagli di tutte le loro operazioni.

Ma non c'erano solo i parenti nel cartello degli Aquino. Le indagini dipingono un gruppo di varie nazionalità - italiani, turchi, olandesi, est europei e latinoamericani - organizzato gerarchicamente, e che era in piedi già da prima che la polizia lo affrontasse in modo organico.

Maasmechelen era una base perfetta. Gli permetteva di saltare continuamente fra Belgio e Olanda, procurando grossi grattacapi agli inquirenti costretti a spiccare continue rogatorie per non perdere le loro tracce. E gli Aquino stavano attenti a tutto: pianificavano le operazioni di persona e al telefono usavano solo soprannomi e linguaggio in codice. Una cautela che per anni è stata sufficiente, nonostante i fratelli non dichiarassero pressochè nulla al fisco.

La polizia però aveva intuito di avere a che fare con dei criminali organizzati. Aveva solo bisogno di prove forti per incastrarli. L'occasione arriva grazie ad una fonte. La polizia riesce a sapere che il nipote di Silvio deve ritirare un'auto nuova. Installarci le microspie prima della consegna, per gli agenti, è un gioco da ragazzi.

E così per otto mesi seguono i narcos da vicino, ascoltandone tutti i discorsi. Contato i chili, anche dei carichi che non riusciranno a trovare e sequestrare: importazioni per almeno 2,400 kg di coca pagata circa 21mila euro al chilo e venduta a circa 28mila. Un profitto di 15 milioni di euro in meno di un anno.

I carichi arrivavano per lo piu al porto di Rotterdam, il più grande d'Europa. Con undici milioni di container all'anno che passano dalle sue banchine, e con percentuali di controllo inferiori allo 0.5%, la polizia olandese stima che da qui entri la buona metà di tutta la cocaina destinata all'Europa. Ma gli Aquino si erano inventati una strategia infallibile: la coca veniva scaricata a Rotterdam, ma sdoganata nel precedente porto di Anversa grazie a portuali corrotti.

Complici sulla banchina

Le partite venivano nascoste in spedizioni di banane dalla Colombia, e non a caso. I carichi di frutta si muovono veloci, sono container frigo che raramente vengono ispezionati, poiché ad alto rischio alterazione.

E gli Aquino in questo avevano annusato un doppio affare, importare cocaina tra le banane e poi vendere l'una a chi si occupa di spaccio e l'altra ai supermercati.

Avevano più di un canale di rifornimento, ma senza dubbio il migliore era quello organizzato da un turco. I container spediti dall'America Latina arrivavano ad Anversa. Lì, c'era una coppia di portuali conniventi, Marinus Simons e Sabine Nestor: il tipo di impiegati che ogni narcotrafficante vuole dalla sua parte.

Nestor infatti era un marqueur per il piu grande importatore di frutta del Belgio. Aveva accesso al piano di scarico delle navi, quindi sapeva precisamente e tempestivamente quale fosse il container con la cocaina. Per gli Aquino, marcava i container come già ispezionati, salvandoli da eventuali controlli al porto successivo.

Suo marito Simons faceva lo scaricatore sulla stessa banchina. Aveva diretto accesso ai container che venivano scaricati, e li sdoganava - aiutato dal fatto che sapeva esattamente quando sarebbero scesi.

"Le ragazze sono in cammino verso l'hotel, baby. Abbiamo dovuto aspettare l'immigrazione. Ma stanno bene", avverte Simons in un sms in codice diretto agli Aquino. E' il 12 marzo 2013. Le "ragazze" - scoprirà di lì a poco la polizia - erano in realtà un carico di 330 chili di cocaina purissima.

Passata "l'immigrazione" di Anversa, il carico speciale raggiungerà Rotterdam due giorni dopo. E qui entra in scena un'altra pedina: l'autotrasportatore Ivan Grobben.

Quella mattina del 15 marzo Grobben si mette in viaggio macinando i 170 chilometri che lo porteranno fino al porto di Rotterdam. Non sa di essere seguito dalla polizia. Lì, il container arrivato il giorno prima, lo aspetta alla banchina "7", gestita da uno dei principali importatori di frutta d'Olanda.

Con le banane e la cocaina a bordo, Grobben si districa nei meandri dell'enorme porto di Rotterdam. Quando ne emerge, viene raggiunto da un camioncino grigio. Sarà la sua scorta per assicurarsi che il viaggio di ritorno verso il Belgio fili liscio. E al confine, dove le cose diventano piu delicate, alla scorta si aggiunge un van blu, sempre mandato dagli Aquino. Ma serve a poco: come la carovana varca il confine, trova la polizia a serrargli il passo.

I due camioncini tentano il tutto per tutto, cercando di distrarre le volanti correndo all'impazzata. Ma la polizia non è lì per caso, è lì per il camion. Grobben non ha scampo. Tra le banane spuntano 330 chili di cocaina purissima.

Riciclare tra le vette della Slovacchia

Uno dei problemi principali che devono affrontare i narcos è quello di ripulire i guadagni. Non è banale trasformare montagne di contanti in fondi puliti, utilizzabili nella vita di tutti i giorni.

E Jan Kuciak prima di essere ammazzato stava seguendo una pista che indicava come gli Aquino riciclassero i proventi del traffico in Slovacchia, oggi diventato uno dei buchi neri d'Europa. Non tanto un paradiso fiscale, quanto una zona franca, un territorio di conquista, una colonia del crimine.

Ai piedi dell'impressionante catena montuosa del Parco Nazionale Tatra, nel nord del paese, c'è il caratteristico villaggio di Stara Lesna. Appena fuori, tra i boschi innevati, c'è un hotel speciale: il Kontakt Wellness.

E' un edificio triangolare in cemento armato, la facciata decorata da cinque balconate con vasi di surfinie viola e bianche in pieno stile montanaro, circondato da chalet di legno e vasche di acqua bollente.

Ed è di Silvio Aquino.

Il narcotrafficante lo scopre grazie alla moglie, Silvia Liskova. Ex impiegata dell'albergo, a Stara Lesna ci è cresciuta. E Silvio non solo decide di acquistare l'hotel, ma anche di regalare alla consorte una villa di lusso costruita da zero. Casualità della vita, per la costruzione sceglie un pezzo di terra accanto al folkloristico B&B 'Solvo', gestito da un'altra famiglia di emigrati calabresi in Slovacchia: i Vadalà.

I Vadalà erano oggetto di un'altra inchiesta della stessa squadra di giornalisti pubblicata da Occrp e Aktuality come ultimo lavoro di Jan Kuciak. I giornalisti non sono riusciti a verificare se gli Aquino e i Vadalà fossero in rapporti.

La giustizia belga ritiene che Silvio Aquino sia il proprietario dell'hotel Kontak. A settembre 2012 avrebbe proposto all'azienda slovacca Kontak M s.r.o. - controllata dall'uomo d'affari Pavol Miskov - di acquistare l'hotel per tre milioni di euro.

Accettata la proposta, Silvio si avvale di un prestanome per l'acquisto, il commercialista belga Vezio Di Passio, visto che risulta ufficialmente nullatenente.

In dibattimento il commercialista si difende, dice di avere usato soldi propri per la transazione.

Ma i giudici della cassazione la vedono diversamente. Di Passio ha comprato l'hotel come prestanome, in un'operazione legale ma portata a termine i proventi illeciti degli Aquino.

"Se aveste seguito l'intero processo, avreste visto che io sono finito in mezzo solo perchè così potevano confiscare delle proprietà, le mie", dichiara a IRPI.

Anche l'imprenditore slovacco Miskov, che ha ceduto l'hotel, sostiene che i magistrati abbiano interpretato male i fatti. Tramite il suo legale Jaroslav Novicky, ha dichiarato di non avere venduto l'albergo nè ad Aquino nè a Di Passio, ma di avere ceduto le azioni dell'azienda proprietaria dell'hotel all'azienda del commercialista Di Passio.

In una email mandata ai giornalisti, Miskov dichiara di essere "un onesto uomo d'affari che disconosce qualsiasi attività legata alla famiglia Aquino e di cui hanno scritto i giornali".

A luglio 2013 però, Miskov viene arrestato a Tenerife, nelle isole Canarie, su ordine della procura belga. Viene trattenuto e interrogato per due giorni. Contro di lui non viene mossa alcuna accusa formale, ma l'hotel risulta tutt'ora sotto sequestro.

"E' stato un errore procedurale", si difende Miskov.

"Non c'è stato alcun errore procedurale", dichiara invece una qualificata fonte giudiziaria che ha lavorato al caso. Miskov è rimasto come direttore dell'albergo, agendo come prestanome, e i magistrati ci volevano vedere chiaro.

Secondo le indagini, il Kontak viene usato da anche come base operativa in Slovacchia. In più di un'occasione la moglie Silvia e l'autotrasportatore di fiducia per il traffico di droga, Grobben, avrebbero portato contanti dal Belgio a Stara Lesna. A cosa servissero questi trasferimenti di soldi, nessuno è riuscito ad appurarlo. L'unica attività economica che rimane in piedi da allora, oltre l'hotel, è una azienda slovacca di trasporti di cui Silvia Liskova è ancora azionista.

Pinacolada per tutti

A causa dei limiti di giurisdizione, le autorità belghe non sono riuscite a indagare la totalità del cartello, in Olanda e oltre. Le aziende di import-export di frutta al porto di Rotterdam e Anversa e Anversa sono rimaste fuori dall'indagine penale.

Una di queste è la Fruitpoint BV, un importatore olandese dalle cui banchine al porto di Rotterdam gli Aquino hanno recuperato alcuni dei container con la cocaina.

La Fruitpoint dichiara milioni di profitto, ma un solo impiegato. Il suo sito è un work-in-progress da quando è viene registrato nel 2002. L'azienda riceve banane da Banacol, un produttore di Medellin, Colombia, che è tristemente nota per espandere le proprie piantagioni con la violenza dei paramilitari.

L'azienda non è mai stata interessata da alcun provvedimento giudiziario, sebbene emerga negli atti raccolti dalle autorità investigative.

Nel 2016 Fruitpoint ha ricevuto carichi di ananas da parte della costaricana Comercializadora de Pina, stando ai dati delle spedizioni analizzati dai giornalisti. Quest'ultima è stata pizzicata più volte a spedire polvere bianca alla 'Ndrangheta.

La possiede il trentenne German Andres Montero Picado, condannato per narcotraffico in Costa Rica nel 2014, e ritenuto dal Servizio Centrale Operativo (Sco) della Polizia di Stato un burattino dei cartelli.

La sua condanna non ha fermato il flusso di droga. A dicembre 2014, un container inviato da Comercializadora è stato sequestrato a Rotterdam. Aveva dentro 3.5 tonnellate di cocaina purissima ordinata dalla 'Ndrangheta. L'anno successivo, ad ottobre 2015, lo Sco e l'FBI hanno scoperto una cellula di 'Ndrangheta che operava dal quartiere Queens di New York. A mandargli la cocaina, tra la frutta, era di nuovo Comercializadora de Pina. Arrestati compratori e fornitori, ci si aspettava una frenata.

E invece, l'azienda ha continuato a spedire frutta e cocaina al mondo. Il 21 marzo 2016 un altro carico, questa volta di ben 4.8 tonnellate, viene sequestrato ad Anversa.

In tutto, Comercializadora è riuscita a sopravvivere a tre indagini internazionali, portate avanti in collaborazione tra le polizie di Italia, Costa Rica, Stati Uniti e Belgio. E, ca va san dire, continua ad operare.

Ne Fruitpoint ne Comercializadora hanno risposto alla richiesta di commento.

Messo a tacere per sempre

I due fratelli di Silvio Aquino, Mario and Raf, sono stati condannati in via definitiva rispettivamente a sei e 10 anni di carcere per narcotraffico internazionale. E a tenergli compagnia nelle patrie galere sono finiti anche Grobben, l'autotrasportatore di fiducia, nonchè la coppia di portuali di Anversa.

Ma il patron del cartello, Silvio Aquino, non è riuscito a vedere la fine del processo. Il 27 agosto 2015, mentre attraversava la foresta appena fuori Maasmechelen, è stato messo a tacere per sempre. A chiudergli la bocca con il piombo sono stati dei sicari della gang bosniaca Hamidovic, nota per essere usata per rapimenti e regolazione di conti.

"Ha tutto l'aspetto di un rapimento andato male. I bosniaci dovevano raccogliere un debito, erano stati mandati da qualcuno a cui Silvio Aquino doveva soldi per un carico di cocaina", spiega da Bruxelles una fonte qualificata, che deve proteggersi dietro all'anonimato per non rovinare delle indagini in corso.

A finire sul banco degli imputati per essere il mandante è un ex ristoratore di Maasmechelen, anche lui emigrato italiano, di nome Martino Trotta. La ragione sarebbe stata un carico di cocaina. Trotta si dichiara innocente, ma in primo grado non è riuscito a convincere i giudici belgi. E' stato infatti condannato a sette anni.

Per l'avvocato di Silvio Aquino, Sven Mary, i due non sarebbero mai stati in contatto. Silvio avrebbe dovuto testimoniare in tribunale di lì a poco, e magari avrebbe scelto di collaborare, raccontando la vera entità del traffico da lui gestito. Ma è stato fermato prima. Sua moglie Silvia Liskova non ha voluto parlare con i giornalisti, come tutti gli altri protagonisti di questa storia.

*hanno collaborato Pieter Huyberechts, e Jelter Meers