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Abusivismo edilizio, la giungla di Reggio Calabria e della sua provincia: pratiche giacenti da 32 anni e comuni che “evitano” le demolizioni

ruspademolizione600di Claudio Cordova - Una giungla, in cui praticamente tutti comuni della provincia di Reggio Calabria sono inadempienti. Talvolta gravemente inadempienti. Per insipienza, certamente. Per connivenza, forse. Il tema delle demolizioni delle opere abusive è spinoso e impopolare. Spetterebbe ai Comuni sollecitare per dare decoro ai propri territori che in Calabria sono stati devastati da migliaia di opere abusive, soprattutto quando a sancire tutto ciò vi sono delle sentenze che devono essere eseguite. E, invece, il quadro che emerge in particolare dalla provincia di Reggio Calabria è desolante, talvolta ridicolo. Negli ultimi anni, il Corpo Forestale dello Stato (poi Carabinieri Forestali) con il coordinamento del procuratore aggiunto, Gaetano Paci (oggi procuratore vicario), hanno dato un impulso forte alla tematica, nel tentativo non solo di un riordino urbanistico, ma anche di eliminare sacche di impunità, con immobili, opere, manufatti dichiarati palesemente abusivi e non demoliti.

La Procura, tuttavia, ha trovato ben poca collaborazione da parte dei comuni, talvolta nemmeno in grado di reperire la documentazione richiesta. Le demolizioni, infatti, sono quasi sempre impopolari, perché spezzano quel patto tra cittadini ed enti pubblici che quasi sempre è clientelare e assai spesso persino corruttivo. Basti ricordare cosa è accaduto non troppo lontano dalla Calabria, a Licata, al sindaco che invece si era impegnato e schierato per le demolizioni.

Lo scambio di comunicazioni con gli enti locali del Reggino, quindi, assomiglia assai spesso a uno stupidario che, se non fosse in carta intestata dei comuni (con destinatario la Procura della Repubblica), sembrerebbe quasi una parodia. Capita, quindi che il Comune di Melito Porto Salvo nel 2015, rispondendo alla richiesta su un abuso edilizio risponda che il fascicolo relativo alla pratica di sanatoria "non è stato ancora rintracciato". Quasi "normale", se non fosse che la pratica è del 1997. 18 anni, oggi 20. Stando così le cose, potrebbero passare quasi inosservate le altre risposte circa i fascicoli che "ancora non rintracciati" del 2001 o del 2004, sempre del Comune di Melito Porto Salvo. Il paradosso è che alle domande in sanatoria o di condono, spesso non segue la risposta: si chiede quindi il condono per un manufatto abusivo, non si ottiene risposta e l'opera resta in piedi, deturpando il territorio e, talvolta, creando anche rischi idrogeologici.

Come se bastasse solo la domanda per sanare la questione.

Melito Porto Salvo non è l'unico caso, comunque: alla fine del 2015, per esempio, a Condofuri risultano ancora pendenti domande di condono avanzate nel 1995. Anno "caldo" il 1995, dato che risultano pendenti (perché mancanti di documentazione, a distanza di oltre 20 anni) anche pratiche presso i comuni di Montebello Jonico e San Roberto, mentre il Comune di Scilla ha agli atti richieste di condono pendenti dal 1999 e quello di Bova Marina "solo" dal 2000 o dal 2004.

Pratiche pendenti, fascicoli smarriti, dirigenti di settore che attendono indicazioni dai segretari comunali. Tutto resta in piedi per decenni. Comprese le costruzioni abusive.

La situazione non è da relegare solo ai piccoli comuni. Anzi, diventa ancor più grottesca se ci si sposta sul comune capoluogo, Reggio Calabria. All'ordine del giorno le risposte del Settore Pianificazione Urbana che dichiara di non poter dare seguito alle richieste di informazioni su pratiche del 2000 o addirittura antecedenti. Esilarante, invece, la risposta che lo stesso dirigente del Settore Pianificazione Urbana dà alla richiesta informazioni su una decina di domande di condono edilizio presentate nel corso del 1986, quasi 32 anni fa: "Tutte le suddette domande risultano ancora in corso di definizione essendo carenti di parte della documentazione ai fini istruttori". Un'altra dozzina, del 1986 e del 1995, secondo quanto messo nero su bianco dal Comune di Reggio Calabria, "necessitano di essere integrate di parte della documentazione obbligatoria". Tutte pratiche che, a distanza di 20 o 30 anni, il Comune definisce "in corso di definizione".

E ci si rende conto che le inadempienze sono praticamente di tutte di natura amministrativo-burocratica o politica. Nemmeno, infatti, possono essere accampate ragioni di natura economica ai ritardi siderali sul territorio di Reggio Calabria e della sua provincia: per gli enti, infatti, è stato istituito dalla Cassa Depositi e Prestiti il Fondo Demolizione Opere Abusive. Lo fa, invece, il Comune di Reggio Calabria. Nel settembre 2015, infatti, il dirigente del Settore Pianificazione e Valorizzazione del Territorio comunica l'indisponibilità a stanziare ulteriori somme rispetto a quella iniziale (peraltro esigua, meno di 20mila euro) per una demolizione. Il dirigente esclude "la possibilità di far ricorso al fondo di rotazione, gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti in ragione del blocco dell'indebitamento per questo Ente, discendente dal piano di riequilibrio finanziario". Lo stesso sindaco Giuseppe Falcomatà scrive al Prefetto – siamo alla fine del 2015 – quando pensa di aver risolto la questione destinando "l'ulteriore somma utile all'integrale copertura della spesa occorrente, per impiego di quota fondi nel corrente bilancio, destinati a lavori di manutenzione infrastrutturale".

Sia il dirigente, sia Falcomatà si sbagliano.

Il Comune non dovrebbe spendere alcun quattrino per le demolizioni e potrebbe accedere al fondo della Cassa Depositi e Prestiti, solo con una anticipazione di cassa che verrebbe "rimborsata". La normativa, infatti, è chiara: "Cassa Depositi e Prestiti – è possibile leggere anche online – è stata autorizzata a costituire un Fondo rotativo di importo massimo pari a 50 milioni per la concessione ai Comuni di anticipazioni senza interessi sui costi (comprese le spese giudiziarie, tecniche e amministrative) relativi agli interventi di demolizione delle opere abusibe, anche disposti dall'autorità giudiziaria. Il capitale anticipato, unitamente alle spese di gestione del Fondo, deve essere restituito entro 5 anni, utilizzando le somme riscosse a carico degli esecutori degli abusi. [...] In caso di mancato pagamento da parte di questi ultimi, l'Amministrazione comunale provvede alla riscossione mediante ruolo, ai sensi del Decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46".