Dossier
 

Angelo Restuccia, "U Patri Nostru": l'imprenditore legato ai Piromalli, ai Tripodi e ai Mancuso

intercettazioni19aprdi Angela Panzera - Un impero a sei zeri costruito con i mattoni della 'ndrangheta di mezza Calabria. Il patrimonio dell'imprenditore vibonese, Angelo Restuccia, è finito sotto sequestro così come richiesto dalla Dda di Reggio Calabria che grazie alle indagini svolte dal comando provinciale della Guardia di Finanza è riuscita a ricostruire non solo la fitta rete di rapporti fra lo stesso e i clan, ma anche le dinamiche finanziarie che per anni lo hanno visto accaparrarsi diversi lavori, molti di essi compiuti anche a favore di enti pubblici. I sigilli, così come appurato nell'inchiesta coordinata dal pm antimafia Roberto Di Palma- uno dei più esperti in materia di criminalità organizzata della Piana di Gioia Tauro- sono stati apposti al patrimonio aziendale di tre società, fra srl e spa, alle quote sociale di una quarta azienda, nonché a vari rapporti finanziari-assicurativi, tre polizze vita, e ben 27 beni immobili, tra locali commerciali, terreni e appartamenti ubicati sia nel vibonese che a Roma, come quello situato nella centralissima via Del Babbuino. Il tutto per un valore stimato dalle fiamme gialle il 28 milioni di euro. L'indagine si chiama "U patri nostru" e prende il nome da una intercettazione in cui l'ormai ottantenne imprenditore si vantava di essere stato appellato in questo modo.

Essa è il "simbolo" per la Dda del "potere" e della "stima" che aveva acquisito sul territorio grazie ai rapporti e alle cointeressenze con la cosca Piromalli di Gioia Tauro, i Tripodi di Porto Salvo e non da ultimo con i Mancuso di Limbadi con in testa Pantaleone Mancuso alias "Scarpuni". "Va evidenziato che le vicende imprenditoriali di Restuccia si intrecciano, nel tempo, con la cosca Mancuso, attraverso un rapporto duraturo e sinallagmatico tale da produrre reciproca collaborazione e reciproci vantaggi. L'attività tecnica- è scritto nelle carte dell'inchiesta- ha fatto emergere che Angelo Restuccia- ha rivelato non solo di conoscere la cosca Mancuso, ma di frequentarla e di rapportarsi con alcuni dei suoi membri". Ma saranno, in questo contesto, soprattutto i "legami" con la cosca Piromalli ad attenzionare inquirenti e investigatori. L'indagine infatti, prende la mosse da quella denominata "Bucefalo" che ha visto finire in carcere l'imprenditore Alfonso Annunziata, re dei centri commerciali di Gioia Tauro. In quel contesto sarebbe emerso lo storico legame tra Annunziata ed i componenti di vertice della famiglia "Piromalli" – da Don Peppino fino a Pino Piromalli – e come lo stesso si fosse prestato "da oltre venti anni, volontariamente e consapevolmente, al perseguimento degli scopi imprenditoriali ed economici della cosca, creando e sviluppando, nel tempo, solide cointeressenze economiche, accompagnate da ingenti investimenti commerciali nel territorio di Gioia Tauro". Un esempio per tutti è proprio la realizzazione del parco commerciale "Annunziata", finito recentemente sotto sequestro. Ed è proprio in seguito ad un incontro avvenuto, così come riportato nelle carte dell'indagine, anche alla presenza di Annunziata, che Restuccia pronuncia la famosa frase. È il 21 dicembre del 2013 Restuccia racconta alla moglie, che ad un incontro i presenti, dopo aver appreso che era stato lui ad accompagnare Alfonso Annunziata all'appuntamento," erano accorsi immediatamente a salutarlo ed abbracciarlo, chiamandolo con l'appellativo "il Padre Nostro". Restuccia:"è entrato là dentro e io sono rimasto fuori con il nipote, ho aspettato una decina di minuti, poi gli hanno detto "con chi siete venuto?" dice "con il signor Restuccia".."Ah con il padre nostro", "siete venuto con il padre nostro!").

Restuccia, con la sua ditta, costruirà proprio alcuni capannoni per il centro commerciale "Annunziata" adesso al centro delle dispute fra i Piromalli e Molè. Con riferimento a questi capannoni è proprio con l'inchiesta "Bucefalo" è emerso che la loro realizzazione era una prerogativa esclusiva della cosca Piromalli, tanto da rappresentare uno dei motivi fondamentali che ha scatenato la storica rottura dei rapporti tra le famiglie di 'ndrangheta più potenti della piana di Gioia Tauro e storicamente legate da vincoli economici e di sangue, appunto i Piromalli da un lato e i Molè dall'altro. L'evolversi della diatriba tra i due gruppi criminali viene raccontata da Domenico Stanganelli a Mommo Molè, in un colloquio intercettato presso il carcere di Secondigliano il 27 settembre del 2007, intercettazione confluita poi nel maxiprocesso "Cent'anni di Storia". Nello specifico Stanganelli, dopo aver illustrato al suo interlocutore che la problematica inerente alla costruzione di tre capannoni all'"Annunziata" era connessa al fermo rifiuto di Antonio Piromalli alla proposta di equa spartizione formulata da Rocco Molè, il boss morto ammazzato poi nel febbraio del 2008 ("Ah!... senti... ehh... ti devo spiegare due cose! La prima è che abbiamo problemi... la sopra Annunziata... deve costruire altri tre capannoni [...]) (gli ha detto guarda qua... gli ha detto...uno lo hanno fatto ...ne devono fare altri tre, ne dobbiamo fare uno noi... perché gli altri due..."; e abbiamo chiuso che uno lo facciamo noi, ora, qua il primo quello che dobbiamo fare... niente... che lui il primo lo deve fare per forza lui [...]"). Successivamente Stanganelli ha specificato che Antonio Piromalli aveva avuto questa disposizione da suo padre durante un colloquio ("niente che lui non molla che il primo lo deve fare lui... che suo padre quando ha fatto il colloquio gli ha detto che lo deve fare lui, punto e basta..."), puntualizzando che la realizzazione dell'opera presso l'Annunnziata era una prerogativa solo dei Piromalli ("allora ha detto "non voglio che lo facciate... all'Annunziata"... "sono cazzi nostri che vogliamo fare... all'Annunziata..." che tu mi dici che è tutto tuo...non è tutto tuo!).Stanganelli ha proseguito il dialogo rivelando che, in conseguenza di quella condotta, Rocco Molè aveva disposto un omicidio nel caso in cui Antonio Piromalli avesse mandato gli operai ("perché quando lui mi ha detto... ha insistito che lo deve fare, che manda gli operai... Rocco ha detto... "non c'è niente da fare, se manda gli operai" ha detto "lo ammazziamo.... due sono le cose" dice " se manda gli operai... lo dobbiamo ammazzare... domani mattina tutti..pronti e vediamo se manda gli operai...), lasciando intendere che solo la presenza di Ninì (ndr Antonio Piromalli ) aveva evitato drastiche conseguenze e facendo trasparire che le opere oggetto di contesa riguardavano appunto il parco commerciale "Annunziata" (all'entrata si è messo Ninì con la macchina davanti... si è parato là davanti e non si è mosso per niente... quando ha visto a Ninì, Rocco ha detto "tornatevene tutti al posto" perché è stato intelligente Nino... dice "prima che vanno loro... se va qualcuno di quegli altri... cioè di mio nipote... vado io e li caccio ...non c'è bisogno che vengono loro") ("altri tre capannoni ... tre capannoni che li deve fare Annunziata... tre capannoni... li deve fare Annunziata)".

"Proprio il fatto che la costruzione dei capannoni presso il parco commerciale Annunziata fosse una prerogativa del gruppo Piromalli- scrive la Dada- implica che le ditte che hanno eseguito i lavori dovessero essere a loro gradite. I Piromalli, inoltre, sono molto attenti a non far trasparire all'esterno i propri interessi economici, né a palesare l'identità dei soggetti con cui risultano in affari. Tale atteggiamento riservato e prudente dei Piromalli viene esagerato a tal punto da nascondere gli interessi economici anche agli alleati di sempre, a coloro con i quali hanno stretto vincoli di sangue e di affari che perduravano da cent'anni, la cosca Molè".